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Dvořák: Sinfonia n. 9 «Dal nuovo mondo»

Copertina CD Dvořák/Karajan

Copertina CD Dvořák/Kubelik

La prima volta che ascoltai la nona di Antonín Dvořák avrò avuto non più di 16 anni; l’esecuzione era diretta da Karel Ančerl (De Agostini/Supraphon). Non sapevo nemmeno chi fosse Dvořák, sapevo solo che era un moderno. Si sa, da piccoli la fantasia lavora alla grande, per cui mi piace ricordare le sensazioni che mi provocò l’ascolto. Il primo movimento dava l’idea di una battaglia in corso, quella tra gli indigeni americani e gli europei, pensavo, anche se dalle sonorità evincevo un concetto di guerra un po’ più attuale: mi pareva di essere nel ‘700, più che nel ‘500. L’alternanza tra passaggi sorridenti e tragici era davvero notevole per uno come me, abituato al barocco e al classicismo, per cui è facile immaginare quante novità stessi assaporando tutte insieme. La vera rivelazione fu il secondo movimento, il largo. Mai avevo ascoltato un tale romanticismo. L’immagine che ne scaturì fu quella di una visione impersonale del campo di battaglia dopo la battaglia stessa, al tramonto. Una musica che descrive e allo stesso tempo commemora, e che a tratti ricorda anche lucidamente.
I due movimenti successivi invece escono da questa ottica. L’unica interpretazione che riuscivo a dare era quella della nuova "civilizzazione" che iniziava, per quanto si potessero definire civili i conquistatori dopo i crimini commessi su chi, in quella terra, c’era da chissà quando (ma non mi addentro in dissertazioni di questo tipo, che non mi competono).
Questa descrizione, che risale appunto a qualche anno fa, non si fonda su nessuna interpretazione scritta da chicchessia, lo ripeto, è semplicemente ciò che ho provato al primo ascolto e magari per alcuni non avrà molto senso.
In ogni caso da allora i movimenti che preferisco sono in generale quelli lenti, li trovo quasi sempre i più profondi, specie nelle composizioni romantiche.

Dopo l’esecuzione diretta da Karel Ančerl, ho ascoltato anche quella di Karajan registrata in digitale con i Wiener Philharmoniker nel 1985 (DG 439 009-2 serie Karajan Gold, e quella diretta da Rafael Kubelik con i Berliner Philharmoniker (DG 447 412-2 o 463 158-2). Mi sono piaciute tutte; apprezzo il romanticismo di Karajan, e la brillantezza di Kubelik; purtroppo la qualità tecnica non eccelle nella registrazione con Ančerl, mentre al contrario le edizioni con Karajan e Kubelik, entrambe Deutsche Grammophon, sono molto buone. Nel caso di Karajan è presente comunque il solito tono fisso a 15.625 Hz cioè la frequenza di scansione orizzontale del sistema televisivo europeo PAL; ricordo che a 17 anni lo sentivo chiaramente durante il secondo movimento (*), pur non conoscendone la frequenza precisa e i motivi, e ritengo dunque che sia da tenere in considerazione quando si valuta la qualità di una registrazione. Tale tono è presente anche nell’esecuzione diretta da Kubelik, ma è molto meno intenso, probabilmente inudibile per la maggior parte degli ascoltatori.


(*) essendo il tono di ampiezza costante, esso è più facilmente udibile durante le pause o i passaggi più tenui; risultando per contro impercettibile nei passaggi forti.
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  1. Clara
    21 ottobre 2007 alle 19:58

    anche tu pendolare?ormai il pullman è la mia ossessione passandoci dentro ben due ore al giorno quando mi va bene ed un’ora ad spettarlo!vabbè………… 😉

  2. Flavia
    5 novembre 2007 alle 18:25

    Potrei ascoltarla per ore…le emozioni sono fortissime.

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