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Albert Schweitzer

26 dicembre 2007 6 commenti

Albert Schweitzer

Proprio ieri mattina Rai Tre ha trasmesso un documentario su Albert Schweitzer. Colgo quindi l’occasione per ricordare questa figura storica, e lo faccio con l’aiuto del maestro Federico Borsari, del quale riporto il seguente articolo (testo di colore nero) tratto dal suo sito internet e a cui mi permetto di aggiungere qualche nota citando informazioni per lo più tratte dal succitato documentario.

«È molto difficoltoso parlare in qualsivoglia maniera di un personaggio come Albert Schweitzer. Morto nel 1965 in Africa, nell’ospedale che egli stesso aveva fondato per curare i lebbrosi, nel giro di pochi anni è stato quasi completamente dimenticato, obnubilato da quella grande massa di pseudo-filantropi che mai come oggi trovano modo di parlare troppo ed agire poco, esattamente il contrario di quanto aveva fatto questo grande alsaziano, che, avendo in una tasca la laurea in Filosofia conseguita alla Sorbona e nell’altra la brillante carriera di organista concertista, allievo nientepopodimeno che di Charles-Marie Widor, all’età di soli ventotto anni, dopo aver letto un opuscolo missionario e dopo essersi reso conto che in Africa c’era molta gente che stava molto, ma molto peggio di lui, consegue anche la laurea in Medicina e, detto fatto, si imbarca sul primo vapore diretto in Africa e non appena arrivato vi fonda un ospedale che funzionerà per oltre cinquant’anni, alleviando le sofferenze fisiche di migliaia e migliaia di disperati.

È difficile, dicevo, parlare di questo grande uomo, definito come "il più grande uomo vivente" da Albert Einstein, poiché la sua figura trascende ogni umana classificazione. Albert Schweitzer è stato una leggenda vivente. Amato e odiato, sostenuto e boicottato per ragioni politiche, forte di un’educazione e di una tradizione religiosa saldamente ancorata al protestantesimo evangelico, Schweitzer non guarda in faccia a nessuno e, una volta effettuata la scelta di servire il prossimo, non l’abbandona più, facendone la sua unica ragione di vita e morendo in mezzo a coloro ai quali aveva restituito o, perlomeno, cercato di restituire vita e dignità. Ma noi qui non ci occuperemo del benefattore dell’umanità, così come non citeremo il premio Nobel per la Pace che gli venne attribuito nel 1952, e non tratteremo neppure delle innumerevoli e quasi leggendarie peripezie dell’ospedale che egli fondò a Lambaréné utilizzando come prima struttura un ricovero per animali. Noi vedremo qui l’organista ed il musicista, aspetto che egli utilizzerà dapprima come mezzo di notorietà e di successo e, poi, come strumento per finanziare le sue opere benefiche.

Albert Schweitzer nasce a Kaiserberg (Alta Alsazia) il 14 Gennaio 1875. Figlio di un pastore evangelico e nipote di un valente organista, cresce in un ambiente dove la musica e la teologia sono di casa. Si dedica quindi fin da giovanissimo alla musica ed alla filosofia. Trasferitosi a Münster, frequenta assiduamente le lezioni di musica dei fratelli Münch e poi si trasferisce a Strasburgo da dove, all’età di diciotto anni, spicca il grande balzo verso Parigi, dove diviene allievo di Charles-Marie Widor, che vede subito in lui un allievo prediletto, con cui instaura subito un rapporto di vera amicizia. Conseguito con esiti strepitosi il diploma in Organo, Albert Schweitzer consegue anche la laurea in Filosofia presso la Sorbona ed inizia una acclamatissima carriera di concertista e musicologo. La sua attenzione si rivolge subito alla musica di Johann Sebastian Bach, che lo affascina e della quale egli cerca di penetrare la più segreta ispirazione umana e religiosa. Risultato degli approfonditi studi che egli compie sulla musica del Kantor è il famosissimo volume "Bach il musicista poeta", che egli pubblica nel 1905, all’età di soli trent’anni, e che dimostra quanto profondo ed acuto fosse lo spirito di approfondimento musicologico di questo personaggio, che in questa sua opera scava forse per la prima volta nelle pieghe più profonde dell’ispirazione musicale bachiana. Ma Schweitzer non è solo un grande concertista, ed anche se i suoi concerti alla Società Bach di Parigi erano celebrati da entusiastici successi di pubblico e di critica, egli si dedica anche all’approfondimento delle tematiche organarie. In questo campo, Schweitzer è forse il progenitore di quell’"Orgelbewegung" che nei decenni successivi porterà alla riscoperta dell’organo germanico classico. Egli, infatti, mediante un imponente lavoro di approfondimento e di ricerca, è il primo che si rende conto che gli strumenti moderni non sono adatti per l’esecuzione della musica antica. Nelle diverse altre sue trattazioni dedicate all’arte organaria, infatti, Schweitzer propone – e non solo per ciò che riguarda l’organo – l’adozione di strumenti più aderenti alla tradizione classica.

In breve, Albert Schweitzer diventa una delle personalità musicali più famose e conosciute d’Europa e la sua brillante carriera di concertista internazionale pare non avere confini né ostacoli. Ma è proprio nel 1905 che avviene la svolta della sua vita.

Dopo avere letto, per caso, un opuscolo missionario in cui erano descritte le miserevoli condizioni di vita (e di morte) delle popolazioni africane, prive delle più elementari cure mediche, Albert Schweitzer prende la decisione che cambierà la sua vita per sempre. Per prima cosa si iscrive alla facoltà di Medicina e dopo sei anni consegue la laurea con brillantissimi voti. Nello stesso tempo si dimette dall’incarico di Professore presso l’università di Strasburgo. Continua però la sua attività concertistica presso la Società Bach di Parigi, ma i proventi dei suoi concerti egli li mette da parte per il suo progetto futuro. Sempre nello stesso periodo, prepara e pubblica il primo volume di quella che sarà la sua più grande opera musicologica, l’edizione "pratica" della musica organistica bachiana, ed anche in questo caso i proventi della pubblicazione e della vendita del volume (realizzato insieme a Widor) vengono destinati a quella che sarà la sua più grande avventura: fondare un ospedale in Africa.

E così, il 26 Marzo 1913, Albert Schweitzer si imbarca sul vapore "Europa" e, accompagnato da settanta casse di libri, medicinali, materiale di prima necessità ed un piccolo armonium, con la moglie Helen sbarca in Congo (attuale Zaire) e, arrivato a Lambaréné, sulle rive del fiume Ogooue (ora in territorio del Gabon), mette in piedi il suo ospedale utilizzando una vecchia struttura adibita a ricovero degli animali (*). Da quel momento la sua attività è senza sosta e dopo soli nove mesi sono già più di duemila le persone che hanno ricevuto le prime cure. L’attività è frenetica ma lo scoppio della prima guerra mondiale fa in modo che i coniugi Schweitzer si ritrovino ad essere cittadini germanici in un territorio (colonia) francese. Dapprima l’attività dell’ospedale viene salvaguardata, ma le esigenze belliche e politiche determinate dagli eventi costringono le autorità militari a condurre Albert Schweitzer e la moglie in Francia come prigionieri di guerra. Per Albert Schweitzer è un ritorno forzato, ma a Parigi egli è una personalità famosa e viene trattato con tutti gli onori. Egli ne approfitta, quindi, per scrivere altri trattati dedicati alla musica ed alla filosofia. Riprende anche le sue tournée europee come organista fino a che, nel 1925, raccolta una discreta mole di aiuti e di fondi, riparte per la sua Africa, dove riprende con accanimento e assoluta dedizione la sua opera a favore degli indigeni, dei malati e dei lebbrosi (**).

È in questo periodo che la sua iniziativa attrae la curiosità e l’interesse del mondo intero. Studiosi, medici, scienziati, giornalisti ed anche semplici curiosi si recano a visitare il suo Ospedale di Lambaréné ed è in questi anni che sorgono le polemiche sul suo "metodo" di gestione. Egli, infatti, non obbliga i suoi malati a vivere in una struttura "europea", in cui essi si troverebbero spaesati ed estranei, ma permette loro di mantenere anche all’interno dell’ospedale le loro usanze ed i loro stili di vita. Per questo motivo, Albert Schweitzer viene criticato talvolta anche molto duramente, da diversi "santoni" della medicina europea, che arrivano a definirlo come una specie di "stregone bianco" che sacrifica la deontologia medica sull’altare di barbare usanze tribali. Ma le polemiche non turbano il grande Schweitzer, a cui importa solamente di poter alleviare il più possibile le sofferenze dei suoi ammalati. Al tempo stesso, decine di persone – medici, infermieri ed anche semplici volontari – partono dall’Europa per andare a dare una mano a Lambaréné, che diventa in breve una delle più grandi strutture ospedaliere dell’Africa.

Nel 1952 Albert Schweitzer viene insignito del premio Nobel per la pace (***), ed in occasione della sua venuta in Europa per ritirare il premio, effettua una spettacolare serie di concerti organistici e quella storica serie di incisioni discografiche che ancora oggi rimangono a testimoniare la sua arte interpretativa e che costituiscono il suo testamento musicale. Anche in questo caso, tutti i soldi del premio Nobel ed i proventi dei concerti e delle incisioni vengono destinate all’ospedale di Lambaréné per la costruzione di nuovi padiglioni.

Dopo questa pausa europea, Albert Schweitzer torna nella sua Africa, da cui non si separerà più fino al 4 Settembre 1965 quando, novantenne ma ancora attivissimo, morirà nel suo ospedale, in mezzo ai suoi ammalati ed a tutte le persone che avevano voluto condividere la sua sorte di benefattore dell’umanità.

Albert Schweitzer è stato forse uno dei più grandi organisti europei del primo Novecento, ma la sua attività musicale va di pari passo alla sua opera di ricercatore, musicologo, filosofo e teologo, in un misto inscindibile che rende questa figura assolutamente unica nel panorama musicale mondiale di tutti i tempi. Delle sue interpretazioni bachiane (e non) rimangono le incisioni del 1952, dalle quali emerge una splendida tecnica organistica – talora affaticata da anni di poco esercizio – ed una sensibilità musicale che scava l’interiorità dell’opera di Bach e ce ne presenta aspetti che ancora oggi, nonostante tutte le nuove filologie e teorie interpretative, ci aprono orizzonti del tutto nuovi sulla musica del Kantor di Lipsia. A tutto questo si aggiunga una rigorosissima e misuratissima registrazione organistica. Schweitzer, infatti, non utilizza mai i registri "romantici"; predilige, piuttosto, le tessiture degli 8 piedi con alcune mutazioni ed i ripieni. Se consideriamo il fatto che questa scelta è pressoché obbligata dalle disposizioni foniche degli organi su cui si esibisce, ben chiara ci appare la filosofia interpretativa e filologica di Schweitzer, che privilegia sempre e comunque il messaggio musicale e che adotta gli accorgimenti fonici e timbrici più adatti per rendere al meglio la polifonia bachiana a prescindere dallo strumento utilizzato.

Di Albert Schweitzer oggi rimane poco nella memoria musicale, organistica ed organologica del Mondo. Anch’egli è ormai un residuato del passato, di un passato che spesso viene dimenticato e, se ricordato, molto spesso criticato dai nuovi "profeti" della filologia interpretativa e musicale. Noi vogliamo invece ricordarlo come una delle figure più importanti dell’organo non solo del Novecento ma di tutti i tempi, e ci piace ricordarlo non solo nelle sue interpretazioni organistiche o nei suoi trattati filosofici e musicologici, ma anche nella sua immacolata camicia bianca, con l’immancabile papillon nero ed il casco coloniale, burbero e scorbutico all’apparenza ma talmente grande da sacrificare una vita intera al servizio degli altri. Una figura da cui ci sarà sempre qualcosa, e non solo organisticamente parlando, da imparare.»

L’articolo precedente è opera del maestro Federico Borsari.

  • (*) Inizialmente non dispone né di medicine né di molti degli strumenti chirurgici necessari per la cura degli ammalati, le condizioni igieniche sono misere, molti dei suoi primi pazienti muoiono e la sua fama presso gli stregoni del posto, che fino ad allora erano gli unici che si vantavano di guarire le persone (in verità non era raro che ne accelerassero la morte), diviene ben presto pessima. Solo dopo alcune settimane le casse con i medicinali giungono a destinazione, da quel momento Schweitzer inizia a salvare molte vite. La notizia si diffonde rapidamente nelle terre circostanti e molti malati affrontano lunghi viaggi per farsi visitare e curare nell’ospedale fondato da Albert Schweitzer.
  • (**) Quando Schweitzer tornò a Lambaréné dopo la prima guerra mondiale, dovette praticamente ricominciare tutto da capo poiché l’ospedale era andato in rovina, essendo stato totalmente dismesso.
    Mi piace ricordare un dettaglio: le temperature e l’umidità di Lambaréné non permettevano l’uso di un organo e così i colleghi europei di Albert Schweitzer gli fecero recapitare uno speciale pianoforte, con i tasti ricoperti di zinco e dotato di una pedaliera analoga a quella dell’organo, in modo tale che egli potesse eseguire il repertorio organistico.
  • (***) Sembrò, all’epoca, che nessuno prima di lui avesse veramente meritato quel premio.

Aggiungo ora qualche altra informazione che ho appreso dal documentario trasmesso. A causa del suo impegno in africa, Schweitzer vedeva raramente la moglie e la figlia, che vivevano in europa; per questo manteneva una fitta corrispondenza con loro, come pure con i suoi colleghi musicisti e intellettuali; passava sere, notti, a scrivere. Con gli intellettuali discuteva dei problemi che affliggevano il mondo in quei periodi, in particolare della minaccia nucleare, cercando, con il loro aiuto, soluzioni concrete.

Sua moglie, che morì prima di lui, chiese, come sua ultima volontà, di essere sepolta a Lambaréné, vicino al marito. Quando ella morì, la figlia accompagnò la salma in Africa, e rimase insieme al padre ormai quasi ottantenne, ma ancora a capo dell’organizzazione dell’ospedale.

A Schweitzer fu rimproverato di non essersi mai aggiornato dal punto di vista medico, in effetti all’ospedale di Lambaréné il tempo pareva si fosse fermato agli anni ’20, mentre in 40 anni la medicina aveva fatto passi da gigante; gli fu rimproverato anche l’atteggiamento, a detta di alcuni, di onnipotenza: qualcuno lo paragonò a Gesù, paragonando anche i suoi colleghi ai discepoli; ciò nonostante non v’è dubbio che la struttura, per quanto obsoleta fosse diventata negli ultimi tempi, abbia migliorato enormemente le condizioni di vita di quelle popolazioni.

A seguire altre risorse interessanti:

Non posso concludere senza prima dare un consiglio discografico, come di consueto. La qualità tecnica delle incisioni di Schweitzer che ho avuto modo di ascoltare lascia a desiderare, ma ciò poco o nulla toglie al valore artistico delle sue interpretazioni, che sono dunque senza dubbio da ascoltare.

La EMI Classics attualmente propone solo il CD Bach: Werke für Orgel (composizioni per organo di J. S. Bach):

Copertina Bach Organ Works (Albert Schweitzer)

Questo disco, interamente monofonico, raccoglie le seguenti opere del compositore tedesco:

  1. Toccata e fuga in re minore, BWV 565
  2. Corale "Liebster Jesu, wir sind hier", BWV 731
  3. Preludio e fuga in do maggiore, BWV 545
  4. Corale "Jesus Christus, unser Heiland", BWV 665 (dai 18 corali BWV 651-668)
  5. Preludio e fuga in mi minore, BWV 548
  6. Fuga in sol minore, BWV 578
  7. Corale "Christum wir sollen loben schon", BWV 611 (dall’Orgelbüchlein)
  8. Corale "O Lamm Gottes unschuldig", BWV 656 (dai 18 corali BWV 651-668)
  9. Toccata, adagio e fuga in do maggiore, BWV 564

Queste registrazioni risalgono al 1935 ad esclusione dell’ultima (BWV 564) che invece è degli anni ’50.
Un disco da ascoltare tutto d’un fiato; notevolissimi a mio avviso il Preludio e fuga BWV 545 e la Toccata, adagio e fuga BWV 564.
Non mi risultano edizioni Philips o Columbia (Sony) attualmente in catalogo, sebbene queste case discografiche abbiano in archivio diverse registrazioni di Albert Schweitzer (cfr. Wikipedia in inglese).

Fernando Germani

28 ottobre 2006 21 commenti

Riporto un altro articolo scritto dal maestro Federico Borsari, per ricordare un organista oggi dimenticato da molti, un organista del quale si fatica a trovare delle incisioni discografiche ancora in stampa, ma che in realtà meriterebbe una certa attenzione; si sta parlando, appunto, di Fernando Germani.

«Fernando Germani è morto nella sua Roma il 10 giugno dell’anno scorso (1998 n.d.r.). Dire che è morto dimenticato è forse dire poco. Lontano dalle scene da diversi anni, ormai fuori dal "giro" organistico che conta, "vecchio" non solo anagraficamente ma anche musicalmente, ignorato e molto spesso deriso dai nuovi "filologi" della musica organistica, Fernando Germani ha lasciato questo Mondo di imbecilli al suo gramo destino di ignoranza e mediocrità per entrare in un nuovo Mondo dove finalmente potrà di nuovo suonare tutto il Bach che gli pare su bellissimi organi sinfonici senza doversi preoccupare delle critiche malevole, dei vicini che protestano perché il suono dell’organo impedisce loro di vedere ‘Canzonissima’, dei Monsignori e Cardinali insipienti e di tutto ciò che compendia l’umana stupidità.
Fernando Germani era nato a Roma il 5 aprile 1906. Romano "de Roma", aveva studiato pianoforte con Bajardi, composizione con Respighi ed organo con Manari. Iniziata una brillante carriera di concertista, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, fu il primo organista italiano ad eseguire l’opera omnia organistica di Bach, seguita da quelle di Reger e Franck.
Ed a questo proposito è utile ricordare che Germani era già talmente apprezzato come interprete bachiano che per il primo ciclo dell’integrale bachiana del 1945, a Sant’Ignazio, fu il Comandante Militare Statunitense che provvide a fornire la corrente elettrica necessaria al funzionamento dell’organo ed a quei concerti assistettero anche i prigionieri di guerra tedeschi.
Questi grandi cicli organistici che Germani eseguì poi in tutto il Mondo, furono una grande porta che in Italia si apriva verso la musica organistica ed i giovani vi assistevano a centinaia, scoprendo le meraviglie di una musica fino ad allora sconosciuta. Ed è sintomatico il fatto che quando un certo Cardinale provò a proibire quei concerti, quegli stessi giovani organizzarono una manifestazione di protesta davanti alla chiesa di Sant’Ignazio, riducendo il cardinale a più miti consigli.
Professore di Organo all’Academia di Santa Cecilia dal 1934 al 1976, Organista Titolare presso la Basilica di San Pietro in Vaticano dal 1948 al 1959, Docente ai Corsi di Perfezionamento dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena dal 1939 al 1972, Direttore del Dipartimento di Organo presso il Curtis Institute di Filadelfia dal 1931 al 1933, Membro dell’Organ Music Society di St. Alban dal 1936, Fernando Germani è stato forse l’organista italiano che più ha seguito le orme dei suoi grandi predecessori come Bossi, Manari, Matthey…. Concertista di razza, grande virtuoso e profondissimo conoscitore dello strumento, ha effettuato centinaia di tournées in tutto il Mondo, le sue incisioni discografiche rimangono come punti fermi nella storia del concertismo organistico di tutti i tempi ed i suoi allievi, centinaia, sono attualmente i più grandi e quotati organisti del panorama musicale internazionale.
Ma con il passare degli anni Fernando Germani è stato sempre più criticato e contestato, soprattutto per le sue concezioni estetiche e stilistiche in merito all’interpretazione della musica bachiana. E qui si impone una piccola riflessione.
Il modo di interpretare di Germani non era dettato da regole ‘a casaccio’, bensì da una precisa visione della musica, una visione che al giorno d’oggi molti hanno perduto, lasciandosi trascinare in quell’immensa babele che è la filologia interpretativa che, a forza di ricercare il pelo nell’uovo, perde molto spesso di vista il contenuto principale della musica.
Germani sintetizza così il motivo principale del suo stile interpretativo: "… la musica, come il discorso parlato, ha le sue frasi, i suoi periodi, periodi di domanda, periodi di risposta, e quando è completo il pensiero musicale, lì c’è una cadenza, una conclusione, ed allora si può cambiare sonorità, cambiare tastiera. Ci sono moltissimi organisti che suonano tutto staccato, dal principio alla fine: è come sentire un balbuziente, non ha senso.". In questo modo Germani riporta la musica al suo vero compito e significato: quello di essere un linguaggio capace di trasmettere idee, sentimenti, emozioni… e non quello, come pare sia divenuto oggi, di essere una raffinata esercitazione di perfezione formale ed estetica assolutamente fine a se stessa.
Un altro rimprovero che si è troppo rivolto a Germani è stato quello di utilizzare per l’esecuzione della musica bachiana strumenti non adatti, di tipi eclettico-sinfonico. Anche qui Germani è sempre stato aderente ad un suo preciso pensiero, un pensiero che, pur disponendosi agli antipodi della filologia organistica odierna, trova un suo ben preciso diritto di cittadinanza per la sua obiettiva chiarezza e semplicità; per Germani l’organo moderno racchiude tutte le potenzialità che non potevano essere espresse dall’organo di Bach. In parole povere: se Bach avesse avuto a disposizione organi sinfonici, sicuramente li avrebbe utilizzati al meglio delle loro possibilità. Ed a questa motivazione di tipo generale se ne aggiungeva altresì una molto più pratica: bisogna sempre tenere conto del fatto che non si possono sempre avere sottomano gli organi adatti per eseguire un ben determinato tipo di musica. In breve: se davvero la filologia ritiene necessari, per l’interpretazione bachiana, strumenti con ben determinate caratteristiche storico-stilistico-tecnico-foniche, allora la musica organistica di Bach ce la dovremmo tutti andare ad ascoltare solo in Germania, ed anche qui con le dovute cuatele ed i dovuti distinguo…
Queste concezioni estetiche, musicali ed interpretative ci fanno capire un aspetto fondamentale di Fernando Germani: al primo posto egli metteva la Musica. Tutto il resto, anche il fatto dello strumento su cui eseguirla, era secondario rispetto all’assoluta preminenza che egli dava al contenuto rispetto al contenitore.
Purtroppo, con il tempo e con l’avvento delle nuove concezioni filologico-musicali, secondo cui si privilegiano aspetti di secondaria importanza rispetto ai contenuti più profondamente musicali, Germani divenne dapprima fuori moda, per poi cadere preda delle attiverie dei giovani "intellettuali" dell’organo, che per un certo periodo di tempo si divertirono a spacciare Germani per un vecchio quasi rimbambito e totalmente ignorante di organo mentre, per la verità, erano loro ad essere del tutto ignoranti di musica. Ora che Germani non è più, è giusto che qualcuno lo ricordi per quello che è veramente stato: un Grande della musica italiana. Ascoltando i suoi concerti, sentendo le incisioni discografiche, leggendo i suoi scritti, centinaia di giovani di tutto il Mondo hanno scoperto l’organo e la musica organistica, affollando le chiese e gli auditorium, mentre lui alla tastiera si permetteva di dare amichevolmente del tu alla musica di Reger, di Franck e di Bach, riproponendola per quello che in effetti è: Musica, e non divagazioni stilistiche o disquisizioni senza senso…
Ascoltando Germani si potevano gustare ottime bistecche, anche se talvolta servite su piatti di terracotta… Oggi, con tanti altri interpreti di grande fama e nonostante i piatti d’oro e le posate d’argento, talvolta riusciamo a masticare solo qualche buccia di cipolla…
Personalmente preferisco le bistecche…»

Fonte: Gli arretrati de La Pagina dell’Organo, di Federico Borsari.

Domenica 29 ottobre 2006 alle ore 11.05, sul V canale della filodiffusione RAI, saranno trasmesse alcune esecuzioni di Germani: il concerto per organo BWV 593 di Johann Sebastian Bach e, a seguire, i corali n. 2 e n. 3 di César Franck. È possibile ascoltare questi programmi in streaming dal sito www.filodiffusione.rai.it o anche in FM in alcune grandi città (a Roma su 100.30 MHz). Consiglio di controllare periodicamente il palinsesto dato che le registrazioni di Germani vengono proposte di frequente.

Karl Richter

31 agosto 2006 14 commenti
Karl Richter all'organo

A poco più di 25 anni dalla scomparsa di questo grande organista e direttore d’orchestra, mi piace ricordarlo con questo coinvolgente racconto di Federico Borsari, tratto da uno dei suoi siti web (http://xoomer.virgilio.it/fborsari):

«Parlare di Karl Richter è per chi scrive tornare indietro nel tempo di tanti anni e ripescare ricordi musicali ed organistici che sempre rimarranno indelebili nella memoria.
Ho avuto modo di ascoltare dal vivo un concerto di Karl Richter sull’organo Serassi di Serravalle Scrivia (uno dei migliori e più grandi strumenti realizzati da questa storica ditta) nel Settembre dell’ormai arcaico anno 1971. Avevo allora sedici anni, l’organo era la mia passione già da diverso tempo e le incisioni discografiche di Richter erano per me l’assoluto dell’interpretazione bachiana organistica. Richter arrivava a Serravalle preceduto dalla sua grandissima fama di sommo vate della musica del Kantor di Lipsia e da una ben meno lusinghiera fama di bevitore accanito di buon vino, cosa che faceva affermare ai suoi detrattori locali che le sue performances organistiche “live” ben diverse sarebbero state rispetto a quelle di cui faceva sfoggio in sala di incisione. Ma ben poco mi importava di questa del tutto secondaria nomèa e così, insieme ad un amico, fummo con ben notevole anticipo sul luogo del misfatto. Il concerto era fissato per le quattro del pomeriggio e alle due e mezza i posti a sedere erano già tutti occupati; un’ora dopo c’era chi si doveva accontentare di sedersi per terra o a cavalcioni delle balaustrate degli altari mentre i soliti ritardatari dovettero rimanere fuori.
Le quattro erano suonate da pochi minuti quando Karl Richter, in completo blu notte, giacca, cravatta e panciotto, si affacciava dalla balconata dell’organo per ricevere il primo, fragoroso applauso. E via ad incominciare. In programma tutto Bach e tutto a memoria: Passacaglia, Preludi e Fughe, Corali, Variazioni, e chi più ne ha più ne metta. Dopo il primo brano Richter si toglie la giacca, dopo il secondo scompare il panciotto, dopo il terzo è la cravatta a volare via mentre dal quinto brano il Nostro suona in maniche rimboccate di camicia. In chiesa silenzio di tomba, tutti ipnotizzati, tutti col naso volto all’insù verso quella che, indubitabilmente, è solo ed esclusivamente MUSICA, la musica del grande Johann Sebastian Bach che rivive sotto le dita di questo Grande Organista e che si rovescia su di noi, annullando ogni nostra reazione critica ed ogni tentativo di ribellione… Siamo tutti affascinati e rapiti dal modo di interpretare di quello che è, e si conferma, uno dei più grandi interpreti di tutti i tempi.
Non è previsto intervallo e lui, lassù, macina un brano dopo l’altro, senza stancarsi, senza tentennare, senza un benché minimo segno di debolezza. Dopo ogni brano viene giù la chiesa dagli applausi e lui, infaticabilmente, si risiede alla consolle e ce ne propone un altro. Ormai il programma di sala è terminato; si parte con i bis, che poi bis non sono perché Richter propone altri brani di Bach. Uno, due, tre, quattro… non li contiamo più, e lui continua imperterrito a suonare e a ricevere applausi ed ovazioni senza fine. Ragazzi, forse non lo avete capito, ma Bach è proprio qui tra di noi!
Finalmente si spengono le note dell’ultima Fuga e, dopo un’ovazione da stadio, Karl Richter si ritira. Ancora abbacinati da tutto questo ben di Dio, ritroviamo l’intelletto per guardare l’orologio… sono quasi le sette di sera!.. Richter ha suonato per quasi tre ore senza fermarsi mai… Dopo non aver creduto alle nostre orecchie, quasi non crediamo ai nostri occhi.
Questo è stato, per me, Karl Richter.
Karl Richter nasce a Plauen il 15 ottobre 1926. All’età di dodici anni inizia a frequentare la Kreuzschule di Dresda, dove inizia lo studio dell’organo. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, lo troviamo allievo di Straube e Ramin presso il Kirchenmusikalisches Institut di Lipsia. Terminati gli studi assume l’incarico di organista presso la Thomaskirche di Lipsia, degno successore del grande Johann Sebastian Bach. Si trasferisce poi a Monaco, dove insegna, a partire dal 1951, presso la Staatliche Hochschule für Musik. Nella stessa città è organista presso la chiesa di San Marco e diventa direttore del Münchner Bach Chor, un ensenble corale che sotto la sua direzione assumerà un’importanza a livello internazionale per le perfette ed ineguagliabili interpretazioni delle Cantate bachiane, che proporrà anche in incisioni discografiche che ancora oggi rimangono punti fermi nell’interpretazione dell’opera di Bach.
Attivissimo come organista, Konzertmeister e Kapellmeister, Karl Richter diventa ben presto, assieme ad Helmut Walcha, uno dei più grandi interpreti bachiani di tutti i tempi ed intraprende con enorme successo la carriera concertistica internazionale, che lo porta ad esibirsi in ogni parte del Mondo per proporre forse una delle migliori interpretazioni bachiane che si siano mai potute ascoltare. Incide moltissimi dischi sia come organista e clavicembalista, sia come direttore dell’Orchestra Bach di Monaco (un’altra formazione che sotto la sua direzione assurgerà a fama internazionale) e del già citato Münchner Bach Chor.
Karl Richter muore a Monaco il 15 Febbraio 1981, a soli cinquantacinque anni, dopo essere stato, senza alcun dubbio, uno dei più grandi organisti del secolo scorso e, sicuramente, uno dei più grandi interpreti bachiani di tutti i tempi. La sua figura musicale campeggia e giganteggia nel panorama musicale internazionale e la sua attività e la sua opera nel campo della riproposizione e valorizzazione del repertorio bachiano hanno aperto la strada a quella che, attualmente, è la nuova filologia storico musicale secondo la quale la figura e l’opera del Kantor di Lipsia hanno assunto ed assumono sempre più un’importanza ed una vitalità che ogni giorno si accresce di nuove, importanti scoperte.»

Fonte: Gli arretrati de La Pagina dell’Organo, di Federico Borsari.

Per chi, come il sottoscritto, non ha mai potuto vederlo e sentirlo suonare dal vivo, queste belle testimonianze, insieme all’ascolto dei suoi dischi, rappresentano l’unica via per sognare.

Fotografie tratte da: http://karlrichtermunich.blogspot.com