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Albert Schweitzer

26 dicembre 2007 6 commenti

Albert Schweitzer

Proprio ieri mattina Rai Tre ha trasmesso un documentario su Albert Schweitzer. Colgo quindi l’occasione per ricordare questa figura storica, e lo faccio con l’aiuto del maestro Federico Borsari, del quale riporto il seguente articolo (testo di colore nero) tratto dal suo sito internet e a cui mi permetto di aggiungere qualche nota citando informazioni per lo più tratte dal succitato documentario.

«È molto difficoltoso parlare in qualsivoglia maniera di un personaggio come Albert Schweitzer. Morto nel 1965 in Africa, nell’ospedale che egli stesso aveva fondato per curare i lebbrosi, nel giro di pochi anni è stato quasi completamente dimenticato, obnubilato da quella grande massa di pseudo-filantropi che mai come oggi trovano modo di parlare troppo ed agire poco, esattamente il contrario di quanto aveva fatto questo grande alsaziano, che, avendo in una tasca la laurea in Filosofia conseguita alla Sorbona e nell’altra la brillante carriera di organista concertista, allievo nientepopodimeno che di Charles-Marie Widor, all’età di soli ventotto anni, dopo aver letto un opuscolo missionario e dopo essersi reso conto che in Africa c’era molta gente che stava molto, ma molto peggio di lui, consegue anche la laurea in Medicina e, detto fatto, si imbarca sul primo vapore diretto in Africa e non appena arrivato vi fonda un ospedale che funzionerà per oltre cinquant’anni, alleviando le sofferenze fisiche di migliaia e migliaia di disperati.

È difficile, dicevo, parlare di questo grande uomo, definito come "il più grande uomo vivente" da Albert Einstein, poiché la sua figura trascende ogni umana classificazione. Albert Schweitzer è stato una leggenda vivente. Amato e odiato, sostenuto e boicottato per ragioni politiche, forte di un’educazione e di una tradizione religiosa saldamente ancorata al protestantesimo evangelico, Schweitzer non guarda in faccia a nessuno e, una volta effettuata la scelta di servire il prossimo, non l’abbandona più, facendone la sua unica ragione di vita e morendo in mezzo a coloro ai quali aveva restituito o, perlomeno, cercato di restituire vita e dignità. Ma noi qui non ci occuperemo del benefattore dell’umanità, così come non citeremo il premio Nobel per la Pace che gli venne attribuito nel 1952, e non tratteremo neppure delle innumerevoli e quasi leggendarie peripezie dell’ospedale che egli fondò a Lambaréné utilizzando come prima struttura un ricovero per animali. Noi vedremo qui l’organista ed il musicista, aspetto che egli utilizzerà dapprima come mezzo di notorietà e di successo e, poi, come strumento per finanziare le sue opere benefiche.

Albert Schweitzer nasce a Kaiserberg (Alta Alsazia) il 14 Gennaio 1875. Figlio di un pastore evangelico e nipote di un valente organista, cresce in un ambiente dove la musica e la teologia sono di casa. Si dedica quindi fin da giovanissimo alla musica ed alla filosofia. Trasferitosi a Münster, frequenta assiduamente le lezioni di musica dei fratelli Münch e poi si trasferisce a Strasburgo da dove, all’età di diciotto anni, spicca il grande balzo verso Parigi, dove diviene allievo di Charles-Marie Widor, che vede subito in lui un allievo prediletto, con cui instaura subito un rapporto di vera amicizia. Conseguito con esiti strepitosi il diploma in Organo, Albert Schweitzer consegue anche la laurea in Filosofia presso la Sorbona ed inizia una acclamatissima carriera di concertista e musicologo. La sua attenzione si rivolge subito alla musica di Johann Sebastian Bach, che lo affascina e della quale egli cerca di penetrare la più segreta ispirazione umana e religiosa. Risultato degli approfonditi studi che egli compie sulla musica del Kantor è il famosissimo volume "Bach il musicista poeta", che egli pubblica nel 1905, all’età di soli trent’anni, e che dimostra quanto profondo ed acuto fosse lo spirito di approfondimento musicologico di questo personaggio, che in questa sua opera scava forse per la prima volta nelle pieghe più profonde dell’ispirazione musicale bachiana. Ma Schweitzer non è solo un grande concertista, ed anche se i suoi concerti alla Società Bach di Parigi erano celebrati da entusiastici successi di pubblico e di critica, egli si dedica anche all’approfondimento delle tematiche organarie. In questo campo, Schweitzer è forse il progenitore di quell’"Orgelbewegung" che nei decenni successivi porterà alla riscoperta dell’organo germanico classico. Egli, infatti, mediante un imponente lavoro di approfondimento e di ricerca, è il primo che si rende conto che gli strumenti moderni non sono adatti per l’esecuzione della musica antica. Nelle diverse altre sue trattazioni dedicate all’arte organaria, infatti, Schweitzer propone – e non solo per ciò che riguarda l’organo – l’adozione di strumenti più aderenti alla tradizione classica.

In breve, Albert Schweitzer diventa una delle personalità musicali più famose e conosciute d’Europa e la sua brillante carriera di concertista internazionale pare non avere confini né ostacoli. Ma è proprio nel 1905 che avviene la svolta della sua vita.

Dopo avere letto, per caso, un opuscolo missionario in cui erano descritte le miserevoli condizioni di vita (e di morte) delle popolazioni africane, prive delle più elementari cure mediche, Albert Schweitzer prende la decisione che cambierà la sua vita per sempre. Per prima cosa si iscrive alla facoltà di Medicina e dopo sei anni consegue la laurea con brillantissimi voti. Nello stesso tempo si dimette dall’incarico di Professore presso l’università di Strasburgo. Continua però la sua attività concertistica presso la Società Bach di Parigi, ma i proventi dei suoi concerti egli li mette da parte per il suo progetto futuro. Sempre nello stesso periodo, prepara e pubblica il primo volume di quella che sarà la sua più grande opera musicologica, l’edizione "pratica" della musica organistica bachiana, ed anche in questo caso i proventi della pubblicazione e della vendita del volume (realizzato insieme a Widor) vengono destinati a quella che sarà la sua più grande avventura: fondare un ospedale in Africa.

E così, il 26 Marzo 1913, Albert Schweitzer si imbarca sul vapore "Europa" e, accompagnato da settanta casse di libri, medicinali, materiale di prima necessità ed un piccolo armonium, con la moglie Helen sbarca in Congo (attuale Zaire) e, arrivato a Lambaréné, sulle rive del fiume Ogooue (ora in territorio del Gabon), mette in piedi il suo ospedale utilizzando una vecchia struttura adibita a ricovero degli animali (*). Da quel momento la sua attività è senza sosta e dopo soli nove mesi sono già più di duemila le persone che hanno ricevuto le prime cure. L’attività è frenetica ma lo scoppio della prima guerra mondiale fa in modo che i coniugi Schweitzer si ritrovino ad essere cittadini germanici in un territorio (colonia) francese. Dapprima l’attività dell’ospedale viene salvaguardata, ma le esigenze belliche e politiche determinate dagli eventi costringono le autorità militari a condurre Albert Schweitzer e la moglie in Francia come prigionieri di guerra. Per Albert Schweitzer è un ritorno forzato, ma a Parigi egli è una personalità famosa e viene trattato con tutti gli onori. Egli ne approfitta, quindi, per scrivere altri trattati dedicati alla musica ed alla filosofia. Riprende anche le sue tournée europee come organista fino a che, nel 1925, raccolta una discreta mole di aiuti e di fondi, riparte per la sua Africa, dove riprende con accanimento e assoluta dedizione la sua opera a favore degli indigeni, dei malati e dei lebbrosi (**).

È in questo periodo che la sua iniziativa attrae la curiosità e l’interesse del mondo intero. Studiosi, medici, scienziati, giornalisti ed anche semplici curiosi si recano a visitare il suo Ospedale di Lambaréné ed è in questi anni che sorgono le polemiche sul suo "metodo" di gestione. Egli, infatti, non obbliga i suoi malati a vivere in una struttura "europea", in cui essi si troverebbero spaesati ed estranei, ma permette loro di mantenere anche all’interno dell’ospedale le loro usanze ed i loro stili di vita. Per questo motivo, Albert Schweitzer viene criticato talvolta anche molto duramente, da diversi "santoni" della medicina europea, che arrivano a definirlo come una specie di "stregone bianco" che sacrifica la deontologia medica sull’altare di barbare usanze tribali. Ma le polemiche non turbano il grande Schweitzer, a cui importa solamente di poter alleviare il più possibile le sofferenze dei suoi ammalati. Al tempo stesso, decine di persone – medici, infermieri ed anche semplici volontari – partono dall’Europa per andare a dare una mano a Lambaréné, che diventa in breve una delle più grandi strutture ospedaliere dell’Africa.

Nel 1952 Albert Schweitzer viene insignito del premio Nobel per la pace (***), ed in occasione della sua venuta in Europa per ritirare il premio, effettua una spettacolare serie di concerti organistici e quella storica serie di incisioni discografiche che ancora oggi rimangono a testimoniare la sua arte interpretativa e che costituiscono il suo testamento musicale. Anche in questo caso, tutti i soldi del premio Nobel ed i proventi dei concerti e delle incisioni vengono destinate all’ospedale di Lambaréné per la costruzione di nuovi padiglioni.

Dopo questa pausa europea, Albert Schweitzer torna nella sua Africa, da cui non si separerà più fino al 4 Settembre 1965 quando, novantenne ma ancora attivissimo, morirà nel suo ospedale, in mezzo ai suoi ammalati ed a tutte le persone che avevano voluto condividere la sua sorte di benefattore dell’umanità.

Albert Schweitzer è stato forse uno dei più grandi organisti europei del primo Novecento, ma la sua attività musicale va di pari passo alla sua opera di ricercatore, musicologo, filosofo e teologo, in un misto inscindibile che rende questa figura assolutamente unica nel panorama musicale mondiale di tutti i tempi. Delle sue interpretazioni bachiane (e non) rimangono le incisioni del 1952, dalle quali emerge una splendida tecnica organistica – talora affaticata da anni di poco esercizio – ed una sensibilità musicale che scava l’interiorità dell’opera di Bach e ce ne presenta aspetti che ancora oggi, nonostante tutte le nuove filologie e teorie interpretative, ci aprono orizzonti del tutto nuovi sulla musica del Kantor di Lipsia. A tutto questo si aggiunga una rigorosissima e misuratissima registrazione organistica. Schweitzer, infatti, non utilizza mai i registri "romantici"; predilige, piuttosto, le tessiture degli 8 piedi con alcune mutazioni ed i ripieni. Se consideriamo il fatto che questa scelta è pressoché obbligata dalle disposizioni foniche degli organi su cui si esibisce, ben chiara ci appare la filosofia interpretativa e filologica di Schweitzer, che privilegia sempre e comunque il messaggio musicale e che adotta gli accorgimenti fonici e timbrici più adatti per rendere al meglio la polifonia bachiana a prescindere dallo strumento utilizzato.

Di Albert Schweitzer oggi rimane poco nella memoria musicale, organistica ed organologica del Mondo. Anch’egli è ormai un residuato del passato, di un passato che spesso viene dimenticato e, se ricordato, molto spesso criticato dai nuovi "profeti" della filologia interpretativa e musicale. Noi vogliamo invece ricordarlo come una delle figure più importanti dell’organo non solo del Novecento ma di tutti i tempi, e ci piace ricordarlo non solo nelle sue interpretazioni organistiche o nei suoi trattati filosofici e musicologici, ma anche nella sua immacolata camicia bianca, con l’immancabile papillon nero ed il casco coloniale, burbero e scorbutico all’apparenza ma talmente grande da sacrificare una vita intera al servizio degli altri. Una figura da cui ci sarà sempre qualcosa, e non solo organisticamente parlando, da imparare.»

L’articolo precedente è opera del maestro Federico Borsari.

  • (*) Inizialmente non dispone né di medicine né di molti degli strumenti chirurgici necessari per la cura degli ammalati, le condizioni igieniche sono misere, molti dei suoi primi pazienti muoiono e la sua fama presso gli stregoni del posto, che fino ad allora erano gli unici che si vantavano di guarire le persone (in verità non era raro che ne accelerassero la morte), diviene ben presto pessima. Solo dopo alcune settimane le casse con i medicinali giungono a destinazione, da quel momento Schweitzer inizia a salvare molte vite. La notizia si diffonde rapidamente nelle terre circostanti e molti malati affrontano lunghi viaggi per farsi visitare e curare nell’ospedale fondato da Albert Schweitzer.
  • (**) Quando Schweitzer tornò a Lambaréné dopo la prima guerra mondiale, dovette praticamente ricominciare tutto da capo poiché l’ospedale era andato in rovina, essendo stato totalmente dismesso.
    Mi piace ricordare un dettaglio: le temperature e l’umidità di Lambaréné non permettevano l’uso di un organo e così i colleghi europei di Albert Schweitzer gli fecero recapitare uno speciale pianoforte, con i tasti ricoperti di zinco e dotato di una pedaliera analoga a quella dell’organo, in modo tale che egli potesse eseguire il repertorio organistico.
  • (***) Sembrò, all’epoca, che nessuno prima di lui avesse veramente meritato quel premio.

Aggiungo ora qualche altra informazione che ho appreso dal documentario trasmesso. A causa del suo impegno in africa, Schweitzer vedeva raramente la moglie e la figlia, che vivevano in europa; per questo manteneva una fitta corrispondenza con loro, come pure con i suoi colleghi musicisti e intellettuali; passava sere, notti, a scrivere. Con gli intellettuali discuteva dei problemi che affliggevano il mondo in quei periodi, in particolare della minaccia nucleare, cercando, con il loro aiuto, soluzioni concrete.

Sua moglie, che morì prima di lui, chiese, come sua ultima volontà, di essere sepolta a Lambaréné, vicino al marito. Quando ella morì, la figlia accompagnò la salma in Africa, e rimase insieme al padre ormai quasi ottantenne, ma ancora a capo dell’organizzazione dell’ospedale.

A Schweitzer fu rimproverato di non essersi mai aggiornato dal punto di vista medico, in effetti all’ospedale di Lambaréné il tempo pareva si fosse fermato agli anni ’20, mentre in 40 anni la medicina aveva fatto passi da gigante; gli fu rimproverato anche l’atteggiamento, a detta di alcuni, di onnipotenza: qualcuno lo paragonò a Gesù, paragonando anche i suoi colleghi ai discepoli; ciò nonostante non v’è dubbio che la struttura, per quanto obsoleta fosse diventata negli ultimi tempi, abbia migliorato enormemente le condizioni di vita di quelle popolazioni.

A seguire altre risorse interessanti:

Non posso concludere senza prima dare un consiglio discografico, come di consueto. La qualità tecnica delle incisioni di Schweitzer che ho avuto modo di ascoltare lascia a desiderare, ma ciò poco o nulla toglie al valore artistico delle sue interpretazioni, che sono dunque senza dubbio da ascoltare.

La EMI Classics attualmente propone solo il CD Bach: Werke für Orgel (composizioni per organo di J. S. Bach):

Copertina Bach Organ Works (Albert Schweitzer)

Questo disco, interamente monofonico, raccoglie le seguenti opere del compositore tedesco:

  1. Toccata e fuga in re minore, BWV 565
  2. Corale "Liebster Jesu, wir sind hier", BWV 731
  3. Preludio e fuga in do maggiore, BWV 545
  4. Corale "Jesus Christus, unser Heiland", BWV 665 (dai 18 corali BWV 651-668)
  5. Preludio e fuga in mi minore, BWV 548
  6. Fuga in sol minore, BWV 578
  7. Corale "Christum wir sollen loben schon", BWV 611 (dall’Orgelbüchlein)
  8. Corale "O Lamm Gottes unschuldig", BWV 656 (dai 18 corali BWV 651-668)
  9. Toccata, adagio e fuga in do maggiore, BWV 564

Queste registrazioni risalgono al 1935 ad esclusione dell’ultima (BWV 564) che invece è degli anni ’50.
Un disco da ascoltare tutto d’un fiato; notevolissimi a mio avviso il Preludio e fuga BWV 545 e la Toccata, adagio e fuga BWV 564.
Non mi risultano edizioni Philips o Columbia (Sony) attualmente in catalogo, sebbene queste case discografiche abbiano in archivio diverse registrazioni di Albert Schweitzer (cfr. Wikipedia in inglese).