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L’organo restaurato della cattedrale di S. Lorenzo a Perugia

22 novembre 2015 2 commenti
Corpo d'organo dell'abside
Corpo d’organo dell’abside (foto tratta dal sito della ditta organaria Pietro Corna).

L’attuale organo Tamburini della cattedrale di Perugia è uno strumento di costruzione relativamente recente: progettato intorno alla metà degli anni sessanta da Fernando Germani, già organista della Basilica di San Pietro in Vaticano, fu da lui stesso inaugurato nel 1967. Gli 87 registri suddivisi in quattro manuali e pedaliera ne palesano la vocazione sinfonica, e consentono di eseguire con buoni risultati un repertorio molto vasto. A differenza di molti strumenti di questo genere, si può apprezzare abbastanza chiaramente il carattere dei vari registri, che si prestano bene anche all’uso solistico. La ditta Pietro Corna, che si è occupata del restauro dello strumento, ha provveduto anche ad aggiungere alcune nuove file di canne: un Open Diapason 8′ al Grand’organo e delle Trombe orizzontali (en chamade) a forte pressione di 16′, 8′ e 4′; queste ultime in particolare arricchiscono la forza espressiva dello strumento, che già disponeva di Cromorno, Oboe, Voci corali e di altri registri di tromba. Le canne sono ripartite in due corpi distanti alcuni metri tra loro, e la consolle è a trasmissione elettrica, risultando così ricollocabile con una certa libertà all’interno della chiesa.

A seguito del restauro, il 21 novembre 2015 (casualmente il giorno di Santa Cecilia) l’organista titolare Adriano Falcioni ha tenuto un concerto di inaugurazione con il seguente programma:

  • J. S. Bach: Passacaglia e thema fugatum, BWV 582
  • J. Jongen: Sonata Eroica, op. 94
  • J. S. Bach: Sicilienne dalla sonata per flauto, BWV 1031 (trascrizione di L. Vierne)
  • L. Vierne: Carillon de Westminster, op. 54 n. 6
  • J. S. Bach: Corale “Nun komm, der Heiden Heiland”, BWV 659
  • M. Duruflé: Suite op. 5 (Prelude, Sicilienne, Toccata)

La Passacaglia, eseguita in crescendo, consente fin da subito di apprezzare la varietà timbrica del Tamburini: dopo l’esposizione iniziale del tema al pedale con soli registri di basso (16′ e 8′), si aggiungono i manuali, prima con bordoni e flauti, e poi gradualmente con i principali e le relative file di ripieno. Non mancano alcune parentesi particolarmente recitative con il registro d’oboe. Man mano che la Passacaglia si sviluppa, fanno il loro ingresso anche le ance, fino ad arrivare alla Bombarda 32′, la cui canna più lunga suona proprio nell’ultimo accordo. Il Thema fugatum presenta una progressione simile e, analogamente alla Passacaglia, culmina con un potentissimo Tutti.

La Sonata Eroica di Joseph Jongen permette anch’essa di esprimere la dinamica dello strumento, anche se in modo totalmente diverso da Bach. Si apprezza in particolare la versatilità delle ance, che si rivelano adatte al repertorio romantico e moderno francese.

L’acustica della cattedrale di Perugia non è tra le più semplici da gestire, sono necessari tempi nell’ordine dei secondi affinché il suono si stabilizzi all’interno dell’edificio; il fatto che le canne siano dislocate in corpi diversi rende ancora più complicato il lavoro dell’organista. La potenza dell’organo consente di riempire la chiesa senza problemi, ma al tempo stesso l’acustica impone dei limiti al virtuosismo dell’esecutore soprattutto quando entrano in gioco molte file di canne. Il rischio è che un’esecuzione troppo veloce produca un suono confuso a causa della sovrapposizione di troppi suoni che insistono a riflettersi tra le pareti della cattedrale.

Il delicato Siciliano di Bach, nella trascrizione per organo di Louis Vierne, evidenzia le potenzialità recitative dell’organo sia con l’ancia Voci corali che con il semplice registro di Principale, il quale presenta una sonorità che si sposa perfettamente anche con la musica romantica francese. Ne è dimostrazione l’opera successiva, Carillon de Westminster, che inaspettatamente attacca alla fine del brano precedente, quasi senza interruzione. L’organista si muove con sicurezza tra le tastiere e i pedali di questo strumento, gestendone anche le numerose combinazioni programmabili; nel caso del Carillon, anche le casse espressive mostrano chiaramente la loro efficacia.

A seguire, nel corale di Bach BWV 659, il canto è affidato ai registri di mutazione e si apprezza in particolare una terza piuttosto forte, ben adatta al repertorio barocco tedesco e francese.

Chiude il programma la Suite di Duruflé che, nella sua complessità, mette alla prova il Tamburini (e ovviamente pure l’organista) su tutti i fronti: dinamico, timbrico e recitativo.

Adriano Falcioni ha dimostrato ottima conoscenza e padronanza dello strumento; ogni partitura è stata preparata nei minimi dettagli anche dal punto di vista della registrazione, un fattore importante quando si parla di organi che dispongono di una tavolozza timbrica così ampia.
Le combinazioni scelte, oltre ad aver messo in evidenza le capacità sinfoniche dell’organo, hanno mantenuto alta l’attenzione del pubblico anche nel caso delle composizioni più complesse in programma come la Sonata Eroica di Jongen, la Suite op. 5 di Duruflé e anche la Passacaglia, in cui ad ogni variazione di Bach, l’organista ha fatto corrispondere una variazione timbrica. Quest’ultimo caso è particolarmente interessante perché attualmente, per motivi legati alla cosiddetta (e supposta) prassi esecutiva autentica, è molto raro poter ascoltare esecuzioni suggestive come quella di Falcioni, vicina, se vogliamo, alle storiche interpretazioni di Karl Richter, Helmut Walcha e Fernando Germani. Sempre più spesso, invece, la Passacaglia viene eseguita con l’organo pleno praticamente dall’inizio alla fine, con minime variazioni di registrazione, producendo un risultato sì interessante ma a mio avviso decisamente meno coinvolgente.

In definitiva, questo Tamburini si rivela uno strumento eclettico che si presta bene all’esecuzione dei capolavori romantici francesi (Franck, Guilmant e anche Vierne e Widor), grazie alle recenti aggiunte nel comparto ance. Le numerose file di ripieno, nonché la presenza del registro di Voce umana, rendono possibile anche l’esecuzione del repertorio italiano. I registri di mutazione, sia semplici che composti come Sesquialtera e Cornetto, insieme con la buona dotazione di flauti, permettono infine di eseguire gran parte della musica tedesca a partire dal periodo barocco.


Organo Tamburini, Cattedrale di S. Lorenzo, Perugia (1967)

Corpo d'organo del transetto
Corpo d’organo del transetto (foto tratta dal sito della ditta organaria Pietro Corna).

Il monumentale organo della cattedrale di S. Lorenzo è stato costruito dalla Pontificia Ditta Cav. Giovanni Tamburini di Crema su progetto di Fernando Germani che lo inaugurò il 14 settembre 1967. Lo strumento è collocato in due distinti corpi sonori: uno nell’abside che comprende il “Positivo”, il “Grand’Organo” e “Pedale”; l’altro nel transetto di sinistra con “Recitativo Espressivo”, il “Solo Espressivo” e un’altra sezione del “Pedale”. Le canne sono in numero 5178 suonanti, facenti capo a 141 placchette di cui 87 registri sonori e un sistema di 8 combinazioni libere per 103 diversi banchi di memoria. L’intervento di restauro, durato più di un anno e affidato alla ditta Pietro Corna, ha riguardato pulitura e manutenzione straordinaria, intonazione e accordatura, miglioramento fonico strutturale con l’aggiunta del nuovo registro di Open Diapason 8′ e delle Trombe ad alta pressione di 16′-8′-4′ su misure Cavaillé-Coll (i nuovi registri sono contrassegnati da un asterisco nella disposizione fonica che segue).

Disposizione fonica

I. Positivo (61 note)
Abside
Principale 8′
Ottava 4′
XV (Decimaquinta) 2′
Ripieno 4 file 2′
Quintadena 8′
Flauto a camino 4′
Flauto in XII 2 2/3′
Ottavino 2′
Flauto in XVII 1 3/5′
Piccolo 1′
Cromorno 8′
Tromboncino 8′

Tremolo

III. Recitativo espressivo (61 note)
Transetto
Principalino 8′
Ottava 4′
Ripieno 5 file 2′
Bordone 16′
Bordone 8′
Viola dolce 8′
Flauto armonico 4′
Flautino 2′
Sesquialtera 2 file 2 2/3′-1 3/5′
Viola Celeste 2 file 8′
Tromba armonica 8′
Oboe 8′
Voci corali 8′
Tromba chamade 8’*

Tremolo

IV. Solo (61 note)
Transetto
Diapason 8′
Ottava 4′
Ripieno 5 file 2′
Flauto dolce 8′
Quintadena 4′
Cornetto 3 file 2 2/3′-1 3/5′
Fagotto 16′
Tromba dolce 8′
Tromba chamade 16’*
Tromba chamade 8’*
Tromba chamade 4’*

Tremolo

II. Grand’organo (61 note)
Abside
Principale 16′
Open Diapason 8’*
Principale dolce 8′
Ottava 4′
XII (Duodecima) 2 2/3′
XV (Decimaquinta) 2′
XVII (Decimasettima) 1 3/5′
XIX (Decimanona) 1 1/3′
XXII (Vigesimaseconda) 1′
Ripieno grave 5 file 2′
Ripieno acuto 6 file 1 1/3′
Flauto traverso 8′
Corno camoscio 8′
Flauto in VIII 4′
Voce umana 8′
Tromba 8′
Chiarina dolce 8′
Chiarina dolce 4′

Transetto (espressivo)
Diapason 8′
Ottava 4′
Ripieno 5 file 2′
Flauto dolce 8′
Tromba 8′

Pedale (32 note)
Abside
Principale acustico 32′
Principale 16′
Ottava 8′
XV (Decimaquinta) 4′
Ripieno 6 file 2 2/3′
Contrabbasso 16′
Corno di notte 16′
Basso 8′
Corno di notte 8′
Bombarda 32′
Trombone 16′
Tromba forte 8′
Cromorno 8′
Clarone 4′
Claroncino 2′

Transetto
Subbasso 32′
Principale 16′
Subbasso 16′
Bordone amabile 16′
Bordone 8′
Bordone amabile 8′
Flauto tappato 4′
Fagotto 16′
Fagotto 8′
Fagotto 4′

Unioni e accoppiamenti
Unione I-P, Unione II-P, Unione III-P, Unione IV-P, Acuta I-P, Acuta II-P, Acuta III-P, Acuta IV-P;
Unione III-I, Unione IV-I, Grave IV-I, Grave III-I, Grave I, Annullatore Unisono I, Acuta I, Acuta III-I, Acuta IV-I;
Unione I-II, Unione III-II, Unione IV-II, Grave IV-II, Grave III-II, Grave I-II, Grave II, Annullatore Unisono II, Acuta II, Acuta I-II, Acuta III-II, Acuta IV-II;
Unione IV-III, Grave IV-III, Grave III, Annullatore Unisono III, Acuta III, Acuta IV-III;
Unione II-IV, Grave IV, Annullatore Unisono IV, Acuta IV.

«Karajan Gold», ossia quando rimasterizzare non serve

19 novembre 2015 2 commenti
Karajan Gold

Nel 1993, a distanza di quattro anni dalla scomparsa di Herbert von Karajan e a tredici anni dalla sua prima registrazione digitale, la Deutsche Grammophon decise di rimpiazzare alcuni degli ultimi dischi di Karajan con nuove edizioni rimasterizzate con l’innovativo procedimento Original-Image Bit-Processing che prometteva, e promette tutt’oggi, “il recupero dello spettro acustico originale” anche dalle vecchie registrazioni digitali. La nuova serie, denominata Karajan Gold, è costituita da una trentina di album, buona parte dei quali è ancora in commercio in formato CD, e include nuovi libretti con attraenti finiture argentate, all’interno dei quali sono presenti delle note che spiegano le ragioni dell’operazione; in particolare si legge: “Tutti coloro che hanno preso parte a questo progetto hanno agito nella certezza di corrispondere ai desideri del grande maestro”.

Sulla carta questo progetto sembrerebbe ottimo: ottenere il meglio dalle ultime registrazioni digitali del celebre direttore austriaco, utilizzando gli strumenti e i procedimenti più moderni (siamo nel 1993) per trasferire i nastri digitali, dei quali tuttora ignoro le caratteristiche tecniche, su CD. Va ovviamente tenuto presente anche il livello tecnologico dell’epoca; tanto per avere una vaga idea, nel 1993 un hard disk da un gigabyte non si poteva comprare senza il libretto degli assegni. Si trattava, in ogni caso, di una manifestazione di rispetto nei confronti dell’ultima eredità artistica e tecnologica di Karajan. Uomo attento al progresso della tecnica, egli pretese l’uso del registratore digitale fin dal 1980, ben due anni prima della commercializzazione del compact disc (17 agosto 1982). Molte delle registrazioni rimasterizzate risalgono a questo primo periodo:

Copertina del disco 439 007-2 Copertina del disco 439 010-2 Copertina del disco 439 011-2 Copertina del disco 439 012-2 Copertina del disco 439 014-2
Copertina del disco 439 015-2 Copertina del disco 439 017-2 Copertina del disco 439 036-2 Copertina del disco 439 038-2 Copertina del disco 439 039-2

All’ascolto di questi nuovi dischi, però, può capitare di notare un suono poco naturale, talvolta leggermente distorto, specialmente nei picchi; prendendo ad esempio il disco dei Quadri di Mussorgsky registrato nel 1986 (439 013-2), La Grande porta di Kiev presenta un livello apprezzabile di distorsione e la grancassa troppo in evidenza. L’esame della traccia audio conferma che l’audio raggiunge spesso il massimo livello di uscita, e la dinamica risulta decisamente compressa, in particolare nel finale. Lo stesso difetto è presente anche qua e là nelle altre tracce del disco. Esaminando anche gli altri CD della serie emerge che la stessa caratteristica, in verità molto diffusa nei dischi di musica pop, è presente in tutti quanti, seppure in misure diverse.

Per capire se il problema è da imputarsi alle registrazioni originali o alle rimasterizzazioni Original-Image Bit-Processing, occorre recuperare i dischi pubblicati prima del 1993 e confrontare l’audio originale con quello rimasterizzato. Com’è intuibile dal titolo dell’articolo, negli originali la dinamica non risulta compressa in modo evidente; il segnale raggiunge molto raramente il livello massimo, e quando capita, è per periodi brevissimi, come giusto. In termini assoluti bisogna dire che spesso la dinamica dei dischi rimasterizzati risulta leggermente più ampia, ma probabilmente è proprio questa eccessiva estensione che ha portato ad esaurire i 16 bit del CD, provocando un effetto collaterale, la distorsione, peggiore di una lieve compressione quasi sicuramente adottata in fase di prima masterizzazione. A volte il sonoro rimasterizzato appare anche leggermente più pulito, con rumore di fondo lievemente ridotto e con i toni bassi accentuati.

Forma onda edizione originale Forma onda edizione Karajan Gold
Comparazione delle forme d’onda della Alpensinfonie: 400 039-2 (a sinistra) e 439 017-2 (a destra)

Tra le rimasterizzazioni meglio riuscite troviamo sicuramente il Requiem di Mozart (439 023-2) e anche le sinfonie di Beethoven (439 001/6-2 o 439 200-2) nonostante personalmente preferisca il suono originale; al contrario, il disco di Mussorgsky già citato (439 013-2) è tra i peggiori. Un caso a parte è la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss, che pure ascoltabilissima in versione rimasterizzata (439 017-2), risulta molto diversa dalla versione originale (400 039-2) che fu sicuramente approvata dall’allora settantaquattrenne Karajan. In particolare, nella rimasterizzazione manca completamente il “vento” (la macchina del vento fa parte dell’organico prescritto dal compositore); viene da pensare che possa essere stato montato in post-produzione nella vecchia edizione, e poi omesso, non si capisce se volutamente o meno, nella nuova rimasterizzazione.

Trovare i CD originali, pubblicati per la precisione tra il 1982 e il 1989 e riconoscibili dalle copertine prive di finiture argentate e del marchio Karajan Gold, può non essere semplice perché bisogna necessariamente ricorrere al mercato dell’usato, ma a volte può capitare di trovarne in buono stato per pochi spicci. A questo proposito posso consigliare i venditori Momox su Amazon.fr e Medimops su Amazon.de.

Copertina del disco 400 028-2 Copertina del disco 400 039-2 Copertina del disco 400 063-2 Copertina del disco 400 067-2 Copertina del disco 410 021-2
Copertina del disco 410 873-2 Copertina del disco 410 959-2 Copertina del disco 413 361-2 Copertina del disco 413 588-2 Copertina del disco 413 589-2
Copertina del disco 415 067-2 Copertina del disco 415 068-2 Copertina del disco 415 069-2 Copertina del disco 415 070-2 Copertina del disco 415 071-2
Copertina del disco 415 072-2 Copertina del disco 415 094-2 Copertina del disco 415 095-2 Copertina del disco 415 348-2 Copertina del disco 415 508-2
Copertina del disco 415 509-2 Copertina del disco 419 599-2 Copertina del disco 419 610-2 Copertina del disco 419 869-2 Copertina del disco 429 226-2

In definitiva ritengo che non ci fosse alcun bisogno di rimaneggiare le registrazioni digitali di Karajan a metà degli anni novanta. Nulla avrebbe vietato alla Deutsche Grammophon di proporre comunque un’edizione speciale, arricchita di qualsivoglia contenuto extra. Una seria operazione di rimasterizzazione avrebbe certamente più senso oggi, anche se i margini di intervento sulle registrazioni numeriche restano comunque abbastanza limitati.

Celibidache dirige le sinfonie di Bruckner

14 novembre 2015 1 commento
Cofanetto

Sommario del cofanetto:

  • DVD 1: Sinfonia n. 6 in la maggiore – Monaco di Baviera, 1991 (68’22” – 4,41 GB)
  • DVD 2: Sinfonia n. 7 in mi maggiore – Tokyo, 1990 (82’00” – 5,28 GB)
  • DVD 3: Sinfonia n. 8 in do minore – Tokyo, 1990 (102’13” – 6,58 GB)
  • CD 1 & 2: Sinfonia n. 4 in mi bem. maggiore “Romantica” – Vienna, 1989 (84’03”)

Münchner Philharmoniker – Sony Classical – EAN-13: 0886919527094.

Il Bruckner di Celibidache è unico. Solo ascoltando (e in questo caso anche osservando) queste magnifiche letture si può comprendere quanto profonda sia l’interpretazione del direttore rumeno. In queste registrazioni degli anni novanta, che sono tra le sue ultime, i tempi si dilatano nettamente, l’ottava arriva a durare un’ora e tre quarti, ma la maestria e il trasporto sono tali per cui ci si ritrova al finale domandandocisi: “Ma è già finita?”. Il livello di coinvolgimento viene testimoniato anche dai lunghi secondi di silenzio che separano l’ultima nota dallo scrosciante applauso finale, caratteristica di tutte le presenti registrazioni, rigorosamente dal vivo. Serve un certo tempo per uscire dalla dimensione di questo Bruckner e tornare nel mondo normale, quel tempo che impiega il suono stesso ad esaurirsi tra le pareti della sala e i corpi dei presenti: gli orchestrali provati ma certo soddisfatti, e gli ascoltatori, non solo quelli di allora, ma anche noi che ancora oggi possiamo giovare di questo lascito d’arte musicale.

Peccato che la qualità video non superi la mediocrità, non si capisce se a causa di un pessimo trasferimento in formato DVD oppure per un vizio della registrazione originale; sembra più probabile la prima ipotesi in quanto diversi appassionati testimoniano (cfr. recensioni su Amazon.com) che la precedente edizione in formato Laserdisc era di ottima qualità. Sta di fatto che la risoluzione, soprattutto quella verticale, è scarsa (e non è un problema di interlacciamento o deinterlacciamento lato utente). Il sonoro risulta invece molto buono: niente surround, ma un onesto stereo 48 kHz/16 bit LPCM (nessuna compressione), vale a dire leggermente meglio di un CD.

Adesivo presente sul cofanetto

Validissima è inoltre la quarta sinfonia registrata a Vienna nel 1989 e inserita come bonus in formato CD audio. Le sinfonie incluse in questo cofanetto anticipano di qualche anno le ultimissime registrazioni pubblicate da EMI/Warner, con le quali condividono lo stile interpretativo; va comunque sottolineato che ogni evento sonoro di Celibidache ha una propria individualità, un filo conduttore che lo tiene insieme dall’inizio alla fine.

Volendo concludere con una citazione dello stesso Celibidache: “Bruckner è un pensatore logico e perspicace. Non solo sa come iniziare un brano, ma sa anche come concluderlo. E Bruckner può trasportarci in mondi preclusi ad ogni altro. È il più grande compositore sinfonico di tutti i tempi.”