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Organo & interpretazione – La scuola francese “Classique”

22 settembre 2020 Lascia un commento

Il mio primo incontro con l’organo classico francese avvenne nel 2000, in occasione del ciclo di concerti inaugurali dell’organo della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma. Quello strumento monumentale, costruito da Bartolomeo Formentelli, si ispira infatti ai canoni della scuola francese “classique”, come Paolo Crivellaro, autore del libro dal titolo in oggetto, tiene a precisare in lingua originale. Il termine “classica”, infatti, ci porterebbe a pensare al periodo compreso tipicamente tra la seconda metà del XVIII secolo e la prima metà del XIX, e quindi abbastanza fuori strada dato che allora si realizzava fondamentalmente il declino di quello che effettivamente fu il barocco francese.

Organo Formentelli della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma
Organo Formentelli della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma

Abituato alle sonorità degli strumenti italiani, tedeschi ed olandesi, l’organo francese fu per me una grandissima sorpresa sia dal punto di vista fonico che da quello storico, vista la moltitudine di compositori – tutti a me completamente sconosciuti fino a quel momento – che hanno popolato due secoli di storia della musica francese. Da quell’esperienza scaturì il desiderio di approfondire la materia, ma trovare una trattazione organica è stata per anni un’impresa ardua.

Copertina del libro di Paolo Crivellaro

Il nostro autore colma eccellentemente questa lacuna con un testo in cui seleziona, contestualizza, discute e soprattutto organizza un’infinità di materiale che fino ad oggi era sparpagliato e non privo di contraddizioni. Un lavoro che, citando l’autore, non avanza alcuna pretesa musicologica, ma che in realtà si può già considerare un riferimento musicologico senza precedenti, dato che precedenti effettivamente non ve ne sono.

Impaginazione curata nei dettagli, scrittura chiara e scorrevole. Le fonti sono riportate in lingua originale oltre che tradotte in italiano.


Paolo Crivellaro, Organo & interpretazione – La scuola francese Classique, Blockwerk Editiones, 2020.

Categorie:Cultura, Musica, Organi Tag:,

Nero AAC Codec

30 marzo 2020 1 commento
Logo AAC

AAC (Advanced Audio Coding) è un formato di compressione audio con perdita di informazione nato nel 1997 con l’obiettivo di sostituire MP3, risalente al 1993, fornendo un migliore rapporto qualità/bitrate e superando alcune limitazioni intrinseche del vecchio formato.

La diffusione su larga scala di AAC ha richiesto anni ed è stata molto meno rapida rispetto a quella del formato MP3 – si può dire che sia tuttora in corso – probabilmente per una serie di motivi: innanzi tutto prima dell’MP3 non esisteva nulla di simile, per cui chiaramente in mancanza di alternative, MP3 ha avuto vittoria facile; inoltre la qualità e il rapporto di compressione di MP3 rimangono tutto sommato adeguati per l’ascolto musicale; infine – ma forse è il motivo più importante – è richiesta una licenza di brevetto per tutti i produttori o sviluppatori di codec AAC. Questo fatto ha tagliato le gambe ai progetti open source, che si ritrovano tuttora impossibilitati a distribuire versioni pronte all’uso dei loro codec, potendone rilasciare solo ed esclusivamente il codice sorgente. In questo modo, viene lasciato all’utente finale l’onere di generare i file eseguibili a partire dai sorgenti, cosa improponibile per utenti che non siano informatici particolarmente intraprendenti.

Tra i codec storicamente più diffusi vi sono l’Apple AAC Codec, incorporato nel programma iTunes, e il Nero AAC Codec, scaricabile gratuitamente da VideoHelp. Quest’ultimo è un codificatore di buona qualità, stabile e abbastanza semplice da utilizzare; l’unico aspetto negativo è che il suo sviluppo è stato abbandonato dal 2010, per cui non sono assolutamente da attendersi evoluzioni rispetto all’attuale versione 1.5.4.0 del 18 febbraio 2010. Persino sul sito ufficiale di Nero non ve n’è più traccia ormai da alcuni anni.

Volendo utilizzare questo codificatore per comprimere musica in alta qualità in sostituzione della codifica MP3 ad elevato bitrate (tipicamente 320 kbps), è possibile configurarlo in modo da ottenere la massima qualità di uscita con il minimo bitrate possibile.

L’eseguibile neroaacenc ammette una serie di parametri da riga di comando, i più importanti sono i seguenti tre: -if, -of e -q. I primi due sono obbligatori e servono a definire rispettivamente il file sorgente in formato WAV e il file di destinazione, a cui conviene dare estensione m4a in modo da non confondersi con gli mp4 audio/video; l’ultimo parametro serve invece a definire la qualità della codifica, e ammette un valore decimale compreso tra 0 e 1 (ad es. 0.25, 0.6, 0.75, ecc.), dove 0 rappresenta la qualità minima e 1 quella massima; questo parametro è opzionale e assume il valore predefinito di 0.5. La qualità determina anche il bitrate medio e di conseguenza la dimensione finale dei file prodotti. A titolo indicativo, il bitrate medio che tipicamente si ottiene con la massima qualità è circa 400 kbps, mentre con l’impostazione predefinita di 0.5 si ha un bitrate intorno ai 170 kpbs.

Uno dei modi per ridurre la quantità di informazione sonora da memorizzare è applicare un filtro passa basso al segnale in ingresso, questo consente di cancellare parte dei toni più acuti – tipicamente sopra i 16 kHz – in tutti quei casi in cui essi sono mascherati da suoni più forti presenti alle frequenze inferiori. Questa tecnica è largamente utilizzata sia da AAC che da MP3 e le modalità di filtraggio sono tutt’altro che banali proprio allo scopo di scartare solo ciò che più probabilmente non è udibile.

La frequenza e l’intensità con cui questo filtro interviene è strettamente legata al bitrate desiderato (ovvero alla qualità), per cui tanto più si alzerà il parametro della qualità, tanto meno il filtro entrerà in azione. Nel caso di Nero AAC Codec, c’è una soglia precisa oltre la quale tale filtro viene disattivato e quindi viene preservato lo spettro completo del segnale originale. La riga di comando da utilizzare è la seguente:

neroaacenc -q 0.740002 -if input.wav -of output.m4a

Il bitrate medio dei file prodotti sarà intorno ai 290 kbps, che è comunque inferiore ai 320 kbps degli MP3 compressi a qualità massima. Per avere un’idea della qualità dei file risultanti, oltre ovviamente ad ascoltarli, è possibile confrontare lo spettrogramma di un file codificato in questa maniera con quello del relativo file non compresso. Per questa prova scegliamo il primo movimento della Nona sinfonia di Beethoven diretta da Karajan nel 1983 e pubblicata su CD l’anno seguente (Deutsche Grammophon 410 987-2).

Forma d'onda originale
Forma d’onda originale del 1º mov. della 9ª sinfonia di Beethoven diretta da Karajan nel 1983

Di seguito sono riportati in sequenza animata gli spettrogrammi del segnale originale e di quello compresso con Nero AAC Codec utilizzando il parametro -q sopraindicato:

Comparazione tra spettrogramma WAV (originale) e AAC prodotto con neroaacenc -q 0.740002
Comparazione tra spettrogramma WAV (originale) e AAC prodotto con neroaacenc -q 0.740002

Come si può notare, gli spettri sono praticamente identici, è difficile individuare differenze significative, a parte un taglio degli acuti oltre i 20.500 Hz che comunque di norma sarebbero già fuori dall’udibile. È interessante confrontare questo risultato con quello che invece si può ottenere utilizzando il formato MP3, per questo si riporta di seguito un’analoga sequenza animata dove però al posto dello spettrogramma del segnale compresso con AAC, viene preso in considerazione quello del corrispondente MP3 codificato a 320 kbps utilizzando LAME --preset insane che è l’opzione che garantisce la massima qualità possibile:

Comparazione tra spettrogramma WAV (originale) e MP3 prodotto con lame --preset insane
Comparazione tra spettrogramma WAV (originale) e MP3 prodotto con lame --preset insane

Come si nota a occhio, la codifica MP3, nonostante il bitrate maggiore, presenta un taglio più marcato alle alte frequenze e in generale lo spettrogramma è un po’ più alterato rispetto a quello della codifica AC3, soprattutto nella banda superiore ai 16 kHz. Questo non significa necessariamente che all’ascolto si possano notare delle differenze, anzi quasi certamente non è così considerando pure che la quasi totalità delle frequenze sotto i 20 kHz risulta preservata, ma dimostra che il segnale è stato alterato rispetto alla sua forma originaria.

Dunque, poiché la codifica AAC con un bitrate medio di circa 290 kbps produce un segnale molto simile a quello originario e visibilmente più fedele rispetto alla codifica MP3 migliore possibile (320 kbps), il passaggio al nuovo formato risulta senz’altro raccomandabile ove non vi siano altri impedimenti dovuti, ad esempio, all’incompatibilità con i dispositivi di utilizzo abituale.

Configurare Exact Audio Copy in modo che utilizzi Nero AAC Codec con le impostazioni sopraindicate è cosa abbastanza semplice, si tratta di impostare la stringa di parametri seguente:

%ishigh%-q 0.740002%ishigh% -if %source% -of %dest%

Configurazione di Nero AAC Codec in Exact Audio Copy

Approfondimenti

Un’altra prova interessante è quella di ridurre il parametro -q scendendo al di sotto del valore magico 0.740002 (ad esempio 0.740001). Quello che accade è che si attiva il filtro passa basso, per cui si ottiene uno spettrogramma del tipo seguente, dove si vedono due frequenze di taglio, una sui 16 kHz e un’altra più netta intorno ai 18 kHz:

Comparazione tra spettrogramma WAV (originale) e AAC prodotto con neroaacenc -q 0.740001
Comparazione tra spettrogramma WAV (originale) e AAC prodotto con neroaacenc -q 0.740001

È evidente come non ci sia confronto con la situazione precedente; ancora una volta, però, questo non significa che vi sarà una differenza apprezzabile all’ascolto, tuttavia si può con certezza dire che il segnale risultante è abbastanza diverso da quello originale.

In conclusione, se lo scopo è quello di produrre dei file compressi di alta qualità, allora conviene utilizzare il valore 0.740002 qui suggerito (oppure 0.75 per semplicità), o eventualmente valori anche superiori; se invece lo scopo è di risparmiare spazio e quindi ridurre il bitrate, allora può essere il caso di sperimentare valori di -q intorno al valore predefinito e valutare poi “a orecchio” la qualità del risultato, tenendo a mente che, di norma, la codifica AAC è più efficiente rispetto a quella MP3, per cui, a parità di bitrate, il risultato dovrebbe essere migliore. A questo proposito, ecco un ultimo confronto tra tre spettrogrammi: il primo è quello del segnale originale (WAV), il secondo è relativo alla codifica AAC con -q 0.740002 e il terzo alla codifica MP3 eseguita sempre con LAME ma con parametro --preset 320, che, a dispetto di quanto richiesto, ha prodotto in realtà un file con bitrate molto simile a quello del file AAC:

Comparazione tra spettrogramma WAV, AAC neroaacenc -q 0.740002 e MP3 lame --preset 320
Comparazione tra spettrogramma WAV, AAC neroaacenc -q 0.740002 e MP3 lame --preset 320

Un articolo che prende in esame i formati MP3 e AAC è MP3 and AAC explained di Karlheinz Brandenburg; per la verità è un articolo piuttosto datato ma può comunque aiutare a comprendere i principi che sono alla base della compressione audio lossy.

Ancora sulle rimasterizzazioni di musica classica

29 settembre 2019 Lascia un commento

Rimasterizzare registrazioni del passato potrebbe sembrare un’attività relativamente semplice; si può essere tentati di immaginarla come un riversamento da un vecchio supporto, solitamente analogico, ad un nuovo supporto digitale, fatto con tutte le dovute attenzioni. In realtà le cose non sono sempre così lineari e prevedibili. Molto dipende dal tipo di sorgente, e a seconda dei casi, possono essere necessari pochi giorni di lavoro come settimane.

Nei primi decenni della registrazione sonora, grosso modo dalla fine dell’ottocento fino agli anni 50 del ‘900, le registrazioni erano tutte monofoniche (salvo rarissime eccezioni) e venivano effettuate facendo convergere in qualche modo le vibrazioni sonore direttamente verso il supporto di memorizzazione. Inizialmente si incideva direttamente su dischi o cilindri ricoperti di cera; successivamente, più o meno a partire dagli anni 40, grazie allo sviluppo dell’elettronica, si iniziò ad utilizzare il nastro magnetico che in pochi anni sostituì totalmente l’incisione meccanica diretta.

Nel caso di registrazioni di questo tipo, di norma l’operazione di rimasterizzazione non si presenta particolarmente laboriosa in quanto si tratta fondamentalmente di effettuare un attento trasferimento da un supporto di memorizzazione d’epoca ad un supporto moderno. Pur non trattandosi di un’attività molto onerosa in termini di tempo, il trasferimento richiede comunque la conoscenza delle tecniche di registrazione utilizzate in origine. Una volta giunti nel dominio digitale, infatti, si potrebbe dover elaborare opportunamente il segnale al fine di riprodurre quanto originariamente captato dal microfono o dal corno acustico. Sarà inoltre possibile intervenire sulle registrazioni per cercare di rimuovere eventuali disturbi considerati troppo invasivi. Questa parte del lavoro è molto delicata perché richiede l’applicazione sinergica di competenze tecniche e artistiche; interventi eccessivi rischiano infatti di snaturare l’evento sonoro originale, e non ci vuole molto per passare da una rimasterizzazione eccellente ad un lavoro mediocre.

Quanto detto finora vale grosso modo anche per le successive registrazioni stereofoniche degli anni 50 e 60, le quali solitamente differiscono dalle precedenti per l’uso di due o tre microfoni invece di uno solo, e per l’adozione esclusiva del nastro magnetico; a questo punto però si presentano anche delle questioni nuove: occorre infatti trattare non più uno, ma una molteplicità di segnali che andranno quindi bilanciati ed eventualmente miscelati per produrre il risultato sonoro definitivo. Ancora una volta entra in gioco la sensibilità artistica del tecnico che dovrà regolare opportunamente i segnali.

Registratore multitraccia Otari MTR-90
Registratore multitraccia Otari MTR-90 (2″, 24 piste) – Foto di Ville Hyvönen, licenza CC BY-SA 2.0

Dalla fine degli anni 60, invece, le cose iniziano a complicarsi un bel po’. Comparsero infatti i registratori multitraccia, che consentivano di memorizzare su uno stesso nastro magnetico, non una o due, ma tra le 8 e le 24 tracce sonore in parallelo. Tali tracce possono essere il risultato di disposizioni variabili a piacere di più microfoni; ad esempio nelle registrazioni d’orchestra i microfoni possono essere posizionati nelle vicinanze dei diversi gruppi strumentali in modo da garantire una ripresa chiara e dettagliata di ogni voce. Si può dire che questi apparecchi cambiarono per sempre il modo di registrare la musica. Ne consegue che, ferma restando l’attività di digitalizzazione di tutte le singole tracce del nastro, non è pensabile eseguire una miscelazione senza regolare attentamente il livello di ciascuna traccia. Se infatti banalmente si procedesse ad unirle tutte, si perverrebbe ad un totale caos, dove, ad esempio, un flauto e una tromba si ritroverebbero a livelli di intensità incoerenti tra loro. L’obiettivo deve essere invece quello di (ri)costruire un suono naturale ed equilibrato, il suono che si sarebbe potuto sentire nella migliore delle poltrone di un’ipotetica platea. È evidente che questo tipo di attività è estremamente complesso e può richiedere ore e ore di ascolto e di tentativi di miscelazione per ottenere il miglior risultato possibile. Nei casi più fortunati, le sessioni di registrazione possono essere state documentate con indicazioni circa la regolazione dei livelli, l’equalizzazione e ogni altra elaborazione sonora da applicare alle diverse tracce. Diversamente, al tecnico non resta che procedere per tentativi, facendosi guidare dal suo orecchio allenato all’ascolto dal vivo e, se possibile, da una versione dello stesso materiale già masterizzata in passato, ad esempio per una precedente pubblicazione discografica.

Fino ad ora si è fatto solo un brevissimo cenno alle difficoltà che si possono incontrare prima di entrare nel dominio digitale, ossia quelle legate alla lettura del supporto originale, ma in realtà si tratta di una questione alquanto delicata. Prima di tutto non è sempre facile disporre di un riproduttore analogico adatto, potrebbero essere infatti necessarie apparecchiature fuori produzione da decenni. Quanti hanno a casa un riproduttore di musicassette o videocassette funzionante in modo decente? Il progresso tecnologico del secolo scorso ha inoltre reso sempre più sofisticate le catene di elaborazione del segnale, inizialmente inesistenti. Verso la metà degli anni sessanta, ad esempio, fu ideato e adottato in breve tempo un sistema di riduzione del rumore di fondo denominato Dolby A. Tale sistema prevedeva un particolare processo di codifica del segnale in fase di registrazione, processo che deve essere operato in modo inverso in fase di lettura utilizzando un decodificatore dotato di una specifica circuiteria. Errori di decodifica possono pregiudicare notevolmente la qualità del segnale riprodotto e non sono perciò accettabili.

Tutto quanto detto, naturalmente, presuppone che tutti i problemi relativi alle condizioni fisiche del supporto originale siano stati risolti, cosa assolutamente non da poco, specie quando si tratta di supporti con diversi decenni sulle spalle e che quindi possono aver subito un naturale deterioramento dei loro componenti. Proprio il fatto che i supporti di registrazione, anche quando perfettamente conservati, tendano inesorabilmente al deterioramento, determina l’esigenza di effettuare una digitalizzazione con la risoluzione più elevata possibile in modo da estrarre tutta l’informazione presente sul supporto originale, mitigando il problema del deterioramento, o meglio trasferendolo sul nuovo supporto digitale, il quale però può essere riprodotto e duplicato con relativa facilità e senza perdite.

Per approfondire questo vastissimo discorso, consiglio la visione dei seguenti filmati che documentano alcune fasi del progetto di rimasterizzazione delle sinfonie di Beethoven dirette nel 1979 da Leonard Bernstein, che furono registrate dalla Deutsche Grammophon su nastro analogico multitraccia (8 e 16 piste). Tali rimasterizzazioni sono state effettuate nel 2018. Per la cronaca, la Deutsche Grammophon iniziò ad utilizzare il registratore digitale a partire dal 1980 su pressione del direttore d’orchestra Herbert von Karajan.

Infine, una lettura sicuramente raccomandabile è la dispensa Restauro Materiale Audio a cura del prof. Sergio Canazza dell’Università di Padova. Pur risalendo all’anno 2000, il testo rimane molto interessante per le sue indicazioni di principio e per la precisione della trattazione.

Frontespizio dispensa Restauro Materiale Audio

Collegamenti utili: Breve storia della registrazione audioA Brief History of Recording to ca. 1950.


Evolution of Recording

Alberto Ginastera – Mariangela Vacatello

6 gennaio 2016 1 commento
Copertina dell'album

Mariangela Vacatello sembra amare le sfide: i suoi primi dischi per Brilliant Classics sono stati gli studi di Liszt e Debussy e adesso il suo profilo campeggia sulla copertina di questo doppio CD uscito lo scorso ottobre contenente l’opera completa per pianoforte di Alberto Ginastera, compositore argentino del secolo scorso il cui nome è probabilmente poco noto anche agli appassionati di musica classica.

Di origini metà spagnole (catalane per la precisione) e metà italiane, Ginastera è stato un artista molto preciso e ipercritico nei confronti della propria produzione, tanto da impedire la pubblicazione di alcuni dei suoi stessi lavori. Egli non si dedicò esclusivamente al pianoforte; al contrario tra le sue partiture troviamo opere liriche, balletti, concerti per diversi strumenti, musica da camera, opere per organo e anche colonne sonore. Nei suoi lavori si percepisce più o meno nettamente sia l’influenza della cultura popolare argentina che quella di altri compositori, in particolare Manuel de Falla, Claude Debussy e Béla Bartók.

Alcune composizioni sono di una semplicità quasi imbarazzante e, al tempo stesso, estremamente dirette ed evocative: è il caso delle Danzas argentinas para los niños e della Milonga, qui interpretate con confacente delicatezza. Altri lavori sono invece decisamente meno facili ad orecchi abituati all’armonia classica. Curiosamente, all’interno della stessa opera è possibile imbattersi in un componimento perfettamente armonico, praticamente chopiniano, e in un altro che presenta le stesse difficoltà di ascolto del Debussy più maturo, del quale si scorge nettamente l’influenza. Un esempio eclatante di questa caratteristica sono le Danzas argentinas op. 2. Ma c’è di più: questi stessi cambi di rotta sono frequentemente riscontrabili anche all’interno di un singolo componimento.

I Preludi americani, nel classico numero di dodici, suonano come un omaggio a Debussy e a Chopin e alle loro raccolte di preludi e studi. Questa collezione si presenta molto eterogenea: si tratta di composizioni abbastanza libere, perlopiù omaggi a compositori precedenti e contemporanei (Roberto Garcia Morillo, Juan José Castro, Aaron Copland, Heitor Villa-Lobos), ma non mancano alcuni riferimenti didattici. Dato che si citava Debussy, collegare i Piezas infantiles con il Children’s Corner del francese risulta naturale ed immediato.

Il pezzo forte del secondo CD sono comunque le Sonate. Ogni eventuale, possibile minimo dubbio sulle capacità tecniche della pianista napoletana (sempre che qualcuno ne avesse) viene spazzato via dalla magistrale esecuzione di queste tre sonate che costituiscono un crescendo di complessità ed astrazione. Questi lavori dell’argentino sono inoltre permeati da una certa inquietudine, caratteristica anche di altre sue opere ma qui presente in modo decisamente marcato.

Elemento comune a tutto l’album è l’evidente preparazione artistica, oltre che tecnica, di tutte le partiture; il fraseggio e la lettura, finemente accentata, catturano l’attenzione dell’ascoltatore, obiettivo in alcuni casi niente affatto semplice.

Le registrazioni sono state effettuate tra il 2014 e il 2015; il pianoforte utilizzato è il Fazioli F278, lo stesso modello scelto per Debussy nel 2012. Il suo timbro raffinato ed equilibrato e la ricchezza di sfumature ne fanno lo strumento ideale per Ginastera. La qualità tecnica delle registrazioni è molto buona¹.

In conclusione, vale davvero la pena di sottolineare come quest’album non sia solo una bella copertina, come invece sempre più spesso accade nel contesto discografico attuale, ma un capolavoro di interpretazione di quelli a cui Mariangela Vacatello ci ha ormai abituati.

(¹) Ripresa stereofonica ottima, bilanciamento tonale ottimo, dinamica molto buona, si riscontra solo una distorsione di lieve entità (CD 1, traccia 10, 1’16”).


Compositore: Alberto Ginastera (1916-1983)
Titolo: Complete Piano Music
Artista: Mariangela Vacatello (pianoforte)
Formato: 2 CD (jewel case) DDD
Casa discografica: Brilliant Classics
Numero di catalogo: 94736
EAN 13: 5028421947365
Date di registrazione: novembre 2014 e luglio 2015
Data di rilascio: ottobre 2015

Copertina posteriore

L’organo restaurato della cattedrale di S. Lorenzo a Perugia

22 novembre 2015 2 commenti
Corpo d'organo dell'abside
Corpo d’organo dell’abside (foto tratta dal sito della ditta organaria Pietro Corna).

L’attuale organo Tamburini della cattedrale di Perugia è uno strumento di costruzione relativamente recente: progettato intorno alla metà degli anni sessanta da Fernando Germani, già organista della Basilica di San Pietro in Vaticano, fu da lui stesso inaugurato nel 1967. Gli 87 registri suddivisi in quattro manuali e pedaliera ne palesano la vocazione sinfonica, e consentono di eseguire con buoni risultati un repertorio molto vasto. A differenza di molti strumenti di questo genere, si può apprezzare abbastanza chiaramente il carattere dei vari registri, che si prestano bene anche all’uso solistico. La ditta Pietro Corna, che si è occupata del restauro dello strumento, ha provveduto anche ad aggiungere alcune nuove file di canne: un Open Diapason 8′ al Grand’organo e delle Trombe orizzontali (en chamade) a forte pressione di 16′, 8′ e 4′; queste ultime in particolare arricchiscono la forza espressiva dello strumento, che già disponeva di Cromorno, Oboe, Voci corali e di altri registri di tromba. Le canne sono ripartite in due corpi distanti alcuni metri tra loro, e la consolle è a trasmissione elettrica, risultando così ricollocabile con una certa libertà all’interno della chiesa.

A seguito del restauro, il 21 novembre 2015 (casualmente il giorno di Santa Cecilia) l’organista titolare Adriano Falcioni ha tenuto un concerto di inaugurazione con il seguente programma:

  • J. S. Bach: Passacaglia e thema fugatum, BWV 582
  • J. Jongen: Sonata Eroica, op. 94
  • J. S. Bach: Sicilienne dalla sonata per flauto, BWV 1031 (trascrizione di L. Vierne)
  • L. Vierne: Carillon de Westminster, op. 54 n. 6
  • J. S. Bach: Corale “Nun komm, der Heiden Heiland”, BWV 659
  • M. Duruflé: Suite op. 5 (Prelude, Sicilienne, Toccata)

La Passacaglia, eseguita in crescendo, consente fin da subito di apprezzare la varietà timbrica del Tamburini: dopo l’esposizione iniziale del tema al pedale con soli registri di basso (16′ e 8′), si aggiungono i manuali, prima con bordoni e flauti, e poi gradualmente con i principali e le relative file di ripieno. Non mancano alcune parentesi particolarmente recitative con il registro d’oboe. Man mano che la Passacaglia si sviluppa, fanno il loro ingresso anche le ance, fino ad arrivare alla Bombarda 32′, la cui canna più lunga suona proprio nell’ultimo accordo. Il Thema fugatum presenta una progressione simile e, analogamente alla Passacaglia, culmina con un potentissimo Tutti.

La Sonata Eroica di Joseph Jongen permette anch’essa di esprimere la dinamica dello strumento, anche se in modo totalmente diverso da Bach. Si apprezza in particolare la versatilità delle ance, che si rivelano adatte al repertorio romantico e moderno francese.

L’acustica della cattedrale di Perugia non è tra le più semplici da gestire, sono necessari tempi nell’ordine dei secondi affinché il suono si stabilizzi all’interno dell’edificio; il fatto che le canne siano dislocate in corpi diversi rende ancora più complicato il lavoro dell’organista. La potenza dell’organo consente di riempire la chiesa senza problemi, ma al tempo stesso l’acustica impone dei limiti al virtuosismo dell’esecutore soprattutto quando entrano in gioco molte file di canne. Il rischio è che un’esecuzione troppo veloce produca un suono confuso a causa della sovrapposizione di troppi suoni che insistono a riflettersi tra le pareti della cattedrale.

Il delicato Siciliano di Bach, nella trascrizione per organo di Louis Vierne, evidenzia le potenzialità recitative dell’organo sia con l’ancia Voci corali che con il semplice registro di Principale, il quale presenta una sonorità che si sposa perfettamente anche con la musica romantica francese. Ne è dimostrazione l’opera successiva, Carillon de Westminster, che inaspettatamente attacca alla fine del brano precedente, quasi senza interruzione. L’organista si muove con sicurezza tra le tastiere e i pedali di questo strumento, gestendone anche le numerose combinazioni programmabili; nel caso del Carillon, anche le casse espressive mostrano chiaramente la loro efficacia.

A seguire, nel corale di Bach BWV 659, il canto è affidato ai registri di mutazione e si apprezza in particolare una terza piuttosto forte, ben adatta al repertorio barocco tedesco e francese.

Chiude il programma la Suite di Duruflé che, nella sua complessità, mette alla prova il Tamburini (e ovviamente pure l’organista) su tutti i fronti: dinamico, timbrico e recitativo.

Adriano Falcioni ha dimostrato ottima conoscenza e padronanza dello strumento; ogni partitura è stata preparata nei minimi dettagli anche dal punto di vista della registrazione, un fattore importante quando si parla di organi che dispongono di una tavolozza timbrica così ampia.
Le combinazioni scelte, oltre ad aver messo in evidenza le capacità sinfoniche dell’organo, hanno mantenuto alta l’attenzione del pubblico anche nel caso delle composizioni più complesse in programma come la Sonata Eroica di Jongen, la Suite op. 5 di Duruflé e anche la Passacaglia, in cui ad ogni variazione di Bach, l’organista ha fatto corrispondere una variazione timbrica. Quest’ultimo caso è particolarmente interessante perché attualmente, per motivi legati alla cosiddetta (e supposta) prassi esecutiva autentica, è molto raro poter ascoltare esecuzioni suggestive come quella di Falcioni, vicina, se vogliamo, alle storiche interpretazioni di Karl Richter, Helmut Walcha e Fernando Germani. Sempre più spesso, invece, la Passacaglia viene eseguita con l’organo pleno praticamente dall’inizio alla fine, con minime variazioni di registrazione, producendo un risultato sì interessante ma a mio avviso decisamente meno coinvolgente.

In definitiva, questo Tamburini si rivela uno strumento eclettico che si presta bene all’esecuzione dei capolavori romantici francesi (Franck, Guilmant e anche Vierne e Widor), grazie alle recenti aggiunte nel comparto ance. Le numerose file di ripieno, nonché la presenza del registro di Voce umana, rendono possibile anche l’esecuzione del repertorio italiano. I registri di mutazione, sia semplici che composti come Sesquialtera e Cornetto, insieme con la buona dotazione di flauti, permettono infine di eseguire gran parte della musica tedesca a partire dal periodo barocco.


Organo Tamburini, Cattedrale di S. Lorenzo, Perugia (1967)

Corpo d'organo del transetto
Corpo d’organo del transetto (foto tratta dal sito della ditta organaria Pietro Corna).

Il monumentale organo della cattedrale di S. Lorenzo è stato costruito dalla Pontificia Ditta Cav. Giovanni Tamburini di Crema su progetto di Fernando Germani che lo inaugurò il 14 settembre 1967. Lo strumento è collocato in due distinti corpi sonori: uno nell’abside che comprende il “Positivo”, il “Grand’Organo” e “Pedale”; l’altro nel transetto di sinistra con “Recitativo Espressivo”, il “Solo Espressivo” e un’altra sezione del “Pedale”. Le canne sono in numero 5178 suonanti, facenti capo a 141 placchette di cui 87 registri sonori e un sistema di 8 combinazioni libere per 103 diversi banchi di memoria. L’intervento di restauro, durato più di un anno e affidato alla ditta Pietro Corna, ha riguardato pulitura e manutenzione straordinaria, intonazione e accordatura, miglioramento fonico strutturale con l’aggiunta del nuovo registro di Open Diapason 8′ e delle Trombe ad alta pressione di 16′-8′-4′ su misure Cavaillé-Coll (i nuovi registri sono contrassegnati da un asterisco nella disposizione fonica che segue).

Disposizione fonica

I. Positivo (61 note)
Abside
Principale 8′
Ottava 4′
XV (Decimaquinta) 2′
Ripieno 4 file 2′
Quintadena 8′
Flauto a camino 4′
Flauto in XII 2 2/3′
Ottavino 2′
Flauto in XVII 1 3/5′
Piccolo 1′
Cromorno 8′
Tromboncino 8′

Tremolo

III. Recitativo espressivo (61 note)
Transetto
Principalino 8′
Ottava 4′
Ripieno 5 file 2′
Bordone 16′
Bordone 8′
Viola dolce 8′
Flauto armonico 4′
Flautino 2′
Sesquialtera 2 file 2 2/3′-1 3/5′
Viola Celeste 2 file 8′
Tromba armonica 8′
Oboe 8′
Voci corali 8′
Tromba chamade 8’*

Tremolo

IV. Solo (61 note)
Transetto
Diapason 8′
Ottava 4′
Ripieno 5 file 2′
Flauto dolce 8′
Quintadena 4′
Cornetto 3 file 2 2/3′-1 3/5′
Fagotto 16′
Tromba dolce 8′
Tromba chamade 16’*
Tromba chamade 8’*
Tromba chamade 4’*

Tremolo

II. Grand’organo (61 note)
Abside
Principale 16′
Open Diapason 8’*
Principale dolce 8′
Ottava 4′
XII (Duodecima) 2 2/3′
XV (Decimaquinta) 2′
XVII (Decimasettima) 1 3/5′
XIX (Decimanona) 1 1/3′
XXII (Vigesimaseconda) 1′
Ripieno grave 5 file 2′
Ripieno acuto 6 file 1 1/3′
Flauto traverso 8′
Corno camoscio 8′
Flauto in VIII 4′
Voce umana 8′
Tromba 8′
Chiarina dolce 8′
Chiarina dolce 4′

Transetto (espressivo)
Diapason 8′
Ottava 4′
Ripieno 5 file 2′
Flauto dolce 8′
Tromba 8′

Pedale (32 note)
Abside
Principale acustico 32′
Principale 16′
Ottava 8′
XV (Decimaquinta) 4′
Ripieno 6 file 2 2/3′
Contrabbasso 16′
Corno di notte 16′
Basso 8′
Corno di notte 8′
Bombarda 32′
Trombone 16′
Tromba forte 8′
Cromorno 8′
Clarone 4′
Claroncino 2′

Transetto
Subbasso 32′
Principale 16′
Subbasso 16′
Bordone amabile 16′
Bordone 8′
Bordone amabile 8′
Flauto tappato 4′
Fagotto 16′
Fagotto 8′
Fagotto 4′

Unioni e accoppiamenti
Unione I-P, Unione II-P, Unione III-P, Unione IV-P, Acuta I-P, Acuta II-P, Acuta III-P, Acuta IV-P;
Unione III-I, Unione IV-I, Grave IV-I, Grave III-I, Grave I, Annullatore Unisono I, Acuta I, Acuta III-I, Acuta IV-I;
Unione I-II, Unione III-II, Unione IV-II, Grave IV-II, Grave III-II, Grave I-II, Grave II, Annullatore Unisono II, Acuta II, Acuta I-II, Acuta III-II, Acuta IV-II;
Unione IV-III, Grave IV-III, Grave III, Annullatore Unisono III, Acuta III, Acuta IV-III;
Unione II-IV, Grave IV, Annullatore Unisono IV, Acuta IV.

«Karajan Gold», ossia quando rimasterizzare non serve

19 novembre 2015 4 commenti
Karajan Gold

Nel 1993, a distanza di quattro anni dalla scomparsa di Herbert von Karajan e a tredici anni dalla sua prima registrazione digitale, la Deutsche Grammophon decise di rimpiazzare alcuni degli ultimi dischi di Karajan con nuove edizioni rimasterizzate con l’innovativo procedimento Original-Image Bit-Processing che prometteva, e promette tutt’oggi, “il recupero dello spettro acustico originale” anche dalle vecchie registrazioni digitali. La nuova serie, denominata Karajan Gold, è costituita da una trentina di album, buona parte dei quali è ancora in commercio in formato CD, e include nuovi libretti con attraenti finiture argentate, all’interno dei quali sono presenti delle note che spiegano le ragioni dell’operazione; in particolare si legge: “Tutti coloro che hanno preso parte a questo progetto hanno agito nella certezza di corrispondere ai desideri del grande maestro”.

Original-Image Bit-Processing

Sulla carta questo progetto sembrerebbe ottimo: ottenere il meglio dalle ultime registrazioni digitali del celebre direttore austriaco, utilizzando gli strumenti e i procedimenti più moderni per produrre nuovi master a partire dai nastri digitali originali (che probabilmente sono stati registrati a 16 bit/44 kHz). Il processo di rimasterizzazione è stato effettuato a 20 bit; forse non sembrerà un granché ma va tenuto presente il livello tecnologico dell’epoca; tanto per avere una vaga idea, nel 1993 un hard disk da un gigabyte non si poteva comprare senza il libretto degli assegni. Si trattava, in ogni caso, di una manifestazione di rispetto nei confronti dell’ultima eredità artistica e tecnologica di Karajan. Uomo attento al progresso della tecnica, egli pretese l’uso del registratore digitale fin dal 1980, ben due anni prima della commercializzazione del compact disc (17 agosto 1982). Molte delle registrazioni rimasterizzate risalgono a questo primo periodo:

Copertina del disco 439 007-2 Copertina del disco 439 010-2 Copertina del disco 439 011-2 Copertina del disco 439 012-2 Copertina del disco 439 014-2
Copertina del disco 439 015-2 Copertina del disco 439 017-2 Copertina del disco 439 036-2 Copertina del disco 439 038-2 Copertina del disco 439 039-2

All’ascolto di questi nuovi dischi, però, può capitare di notare un suono poco naturale, talvolta leggermente distorto, specialmente nei picchi; prendendo ad esempio il disco dei Quadri di Mussorgsky registrato nel 1986 (439 013-2), La Grande porta di Kiev presenta un livello apprezzabile di distorsione e la grancassa troppo in evidenza. L’esame della traccia audio conferma che l’audio raggiunge spesso il massimo livello di uscita, e la dinamica risulta decisamente compressa, in particolare nel finale. Lo stesso difetto è presente anche qua e là nelle altre tracce del disco (cfr. forme d’onda riportate di seguito). Esaminando anche gli altri CD della serie emerge che la stessa caratteristica, in verità molto diffusa nei dischi di musica pop, è presente in tutti quanti, seppure in misure diverse.

Forma d'onda originale DG 413 588-2
Forma d'onda Karajan Gold DG 439 013-2
Comparazione forme d’onda di Mussorgsky / Ravel: 413 588-2 (sopra) e 439 013-2 "Gold" (sotto).

Per capire se il problema è da imputarsi alle registrazioni originali o alle rimasterizzazioni Original-Image Bit-Processing, occorre recuperare i dischi pubblicati prima del 1993 e confrontare l’audio originale con quello rimasterizzato. Com’è intuibile dal titolo dell’articolo, negli originali la dinamica non risulta compressa in modo evidente; il segnale raggiunge molto raramente il livello massimo, e quando capita, è per periodi brevissimi, come giusto. In termini assoluti bisogna dire che spesso la dinamica dei dischi rimasterizzati risulta leggermente più ampia, ma probabilmente è proprio questa eccessiva estensione che ha portato ad esaurire i 16 bit del CD, provocando un effetto collaterale, la distorsione, peggiore di una lieve compressione quasi sicuramente adottata in fase di prima masterizzazione. In genere il sonoro rimasterizzato appare anche leggermente più pulito, con rumore di fondo lievemente ridotto e con i toni bassi un poco accentuati; anche la spazialità appare migliorata. Sono stati inoltre corretti piccoli difetti presenti nei primi master (cfr. ad es. 415 069-2 e 439 003-2, traccia 4, 0:56).

Tra le rimasterizzazioni meglio riuscite troviamo sicuramente il Requiem di Mozart (439 023-2) e alcune sinfonie di Beethoven (439 001/6-2 o 439 200-2) nonostante personalmente preferisca il suono originale; al contrario, il disco di Mussorgsky già citato (439 013-2) è tra i peggiori, insieme con il Requiem di Verdi (439 033-2) di cui si riporta di seguito sia la forma d’onda originale che quella rimasterizzata:

Forma d'onda originale DG 415 092-2
Forma d'onda Karajan Gold DG 439 034-2
Comparazione del Requiem di Verdi (CD 1): 415 092-2 (sopra) e 439 034-2 "Gold" (sotto).

Un caso a parte è la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss, che pure ascoltabile in versione rimasterizzata (439 017-2), risulta molto diversa dalla versione originale (400 039-2) che fu sicuramente approvata dall’allora settantaquattrenne Karajan. In particolare, nella rimasterizzazione manca completamente il “vento” (la macchina del vento fa parte dell’organico prescritto dal compositore); viene da pensare che possa essere stato montato in post-produzione nella vecchia edizione, e poi omesso, non si capisce se volutamente o meno, nella nuova rimasterizzazione. Anche in questo caso si riportano di seguito le forme d’onda:

Forma d'onda originale DG 400 039-2
Forma d'onda Karajan Gold DG 439 017-2
Comparazione forme d’onda della Alpensinfonie: 400 039-2 (sopra) e 439 017-2 "Gold" (sotto).

Trovare i CD originali, pubblicati per la precisione tra il 1982 e il 1989 e riconoscibili dalle copertine prive di finiture argentate e del marchio Karajan Gold, può non essere semplice perché bisogna necessariamente ricorrere al mercato dell’usato, ma a volte può capitare di trovarne in buono stato per pochi spicci. A questo proposito posso consigliare i venditori Momox su Amazon.fr e Medimops su Amazon.de.

Copertina del disco 400 028-2 Copertina del disco 400 039-2 Copertina del disco 400 063-2 Copertina del disco 400 067-2 Copertina del disco 410 021-2
Copertina del disco 410 873-2 Copertina del disco 410 959-2 Copertina del disco 413 361-2 Copertina del disco 413 588-2 Copertina del disco 413 589-2
Copertina del disco 415 067-2 Copertina del disco 415 068-2 Copertina del disco 415 069-2 Copertina del disco 415 070-2 Copertina del disco 415 071-2
Copertina del disco 415 072-2 Copertina del disco 415 094-2 Copertina del disco 415 095-2 Copertina del disco 415 348-2 Copertina del disco 415 508-2
Copertina del disco 415 509-2 Copertina del disco 419 599-2 Copertina del disco 419 610-2 Copertina del disco 419 869-2 Copertina del disco 429 226-2

In definitiva ritengo che non ci fosse alcun bisogno di rimaneggiare le registrazioni digitali di Karajan a metà degli anni novanta. Nulla avrebbe vietato alla Deutsche Grammophon di proporre comunque un’edizione speciale, arricchita di qualsivoglia contenuto extra. Una seria operazione di rimasterizzazione avrebbe certamente più senso oggi, anche se i margini di intervento sulle registrazioni numeriche restano comunque abbastanza limitati.

Celibidache dirige le sinfonie di Bruckner

14 novembre 2015 1 commento
Cofanetto

Sommario del cofanetto:

  • DVD 1: Sinfonia n. 6 in la maggiore – Monaco di Baviera, 1991 (68’22” – 4,41 GB)
  • DVD 2: Sinfonia n. 7 in mi maggiore – Tokyo, 1990 (82’00” – 5,28 GB)
  • DVD 3: Sinfonia n. 8 in do minore – Tokyo, 1990 (102’13” – 6,58 GB)
  • CD 1 & 2: Sinfonia n. 4 in mi bem. maggiore “Romantica” – Vienna, 1989 (84’03”)

Münchner Philharmoniker – Sony Classical – EAN-13: 0886919527094.

Il Bruckner di Celibidache è unico. Solo ascoltando (e in questo caso anche osservando) queste magnifiche letture si può comprendere quanto profonda sia l’interpretazione del direttore rumeno. In queste registrazioni degli anni novanta, che sono tra le sue ultime, i tempi si dilatano nettamente, l’ottava arriva a durare un’ora e tre quarti, ma la maestria e il trasporto sono tali per cui ci si ritrova al finale domandandocisi: “Ma è già finita?”. Il livello di coinvolgimento viene testimoniato anche dai lunghi secondi di silenzio che separano l’ultima nota dallo scrosciante applauso finale, caratteristica di tutte le presenti registrazioni, rigorosamente dal vivo. Serve un certo tempo per uscire dalla dimensione di questo Bruckner e tornare nel mondo normale, quel tempo che impiega il suono stesso ad esaurirsi tra le pareti della sala e i corpi dei presenti: gli orchestrali provati ma certo soddisfatti, e gli ascoltatori, non solo quelli di allora, ma anche noi che ancora oggi possiamo giovare di questo lascito d’arte musicale.

Peccato che la qualità video non superi la mediocrità, non si capisce se a causa di un pessimo trasferimento in formato DVD oppure per un vizio della registrazione originale; sembra più probabile la prima ipotesi in quanto diversi appassionati testimoniano (cfr. recensioni su Amazon.com) che la precedente edizione in formato Laserdisc era di ottima qualità. Sta di fatto che la risoluzione, soprattutto quella verticale, è scarsa (e non è un problema di interlacciamento o deinterlacciamento lato utente). Il sonoro risulta invece molto buono: niente surround, ma un onesto stereo 48 kHz/16 bit LPCM (nessuna compressione), vale a dire leggermente meglio di un CD.

Adesivo presente sul cofanetto

Validissima è inoltre la quarta sinfonia registrata a Vienna nel 1989 e inserita come bonus in formato CD audio. Le sinfonie incluse in questo cofanetto anticipano di qualche anno le ultimissime registrazioni pubblicate da EMI/Warner, con le quali condividono lo stile interpretativo; va comunque sottolineato che ogni evento sonoro di Celibidache ha una propria individualità, un filo conduttore che lo tiene insieme dall’inizio alla fine.

Volendo concludere con una citazione dello stesso Celibidache: “Bruckner è un pensatore logico e perspicace. Non solo sa come iniziare un brano, ma sa anche come concluderlo. E Bruckner può trasportarci in mondi preclusi ad ogni altro. È il più grande compositore sinfonico di tutti i tempi.”

Copertina anteriore Copertina posteriore

L’organo di Interstellar

21 novembre 2014 Lascia un commento

È abbastanza raro poter udire il suono dell’organo nelle sale cinematografiche; volendo evitare di andare molto a ritroso nel tempo, possiamo ricordare il caso di Mission to Mars (musiche di Ennio Morricone, 2000). Quando poi ad esso viene riservato un ruolo centrale e dominante in tutta la colonna sonora, siamo di fronte a casi unici, come quello di Interstellar di Christopher Nolan.

Le musiche sono state composte da Hans Zimmer con l’aiuto di campioni audio preregistrati, ma alla fine sono state registrate tutte su strumenti reali per volontà dello stesso compositore. In particolare, le registrazioni delle parti d’organo, eseguite da Roger Sayer, sono state effettuate all’organo Harrison & Harrison della Chiesa del Tempio (Temple Church) di Londra.

Copertina del disco

Lo strumento, di tipo sinfonico-eclettico, risale al 1927 e dispone attualmente di 61 registri distribuiti su quattro manuali e pedaliera. Installato originariamente presso la Glen Tanar House Ballroom, Aberdeen, nel 1954 fu donato alla chiesa da Lord Glentanar per sostituire il precedente strumento andato distrutto durante la guerra. In occasione della nuova installazione, venne aggiunto il registro Double Ophicleide 32′ al pedale; lo strumento è stato quindi completamente restaurato tra il 2011 e il 2013, tornando in perfette condizioni proprio pochi mesi prima di venire eletto protagonista del film.


Great (61 note)
Double Geigen 16′
Bourdon 16′
Large Open Diapason 8′
Small Open Diapason 8′
Geigen 8′
Hohl Flute 8′
Stopped Diapason 8′
Octave 4′
Principal 4′
Wald Flute 4′
Octave Quint 2 2/3′
Super Octave 2′
Fifteenth 2′
Seventeenth 1 3/5′
Mixture IV
Mixture II-III
Tromba 8′
Octave Tromba 4′

Pedal (32 note)
Double Open Wood 32′
Sub Bourdon 32′
Open Wood 16′
Open Diapason 16′
Geigen 16′
Bourdon 16′
Violone 16′
Dulciana 16′
Octave Wood 8′
Flute 8′
Octave Flute 4′
Double Ophicleide 32′
Ophicleide 16′
Orchestral Trumpet 16′
Bassoon 16′
Posaune 8′

Swell (61 note)
Quintatön 16′
Open Diapason 8′
Stopped Diapason 8′
Echo Salicional 8′
Vox Angelica 8′
Principal 4′
Fifteenth 2′
Mixture V
Oboe 8′
Tremulant
Double Trumpet 16′
Trumpet 8′
Clarion 4′

Choir (61 note)
Contra Dulciana 16′
Claribel Flute 8′
Lieblich Gedeckt 8′
Dulciana 8′
Salicet 4′
Flauto Traverso 4′
Harmonic Piccolo 2′
Dulciana Mixture III
Cor Anglais 16′
Clarinet 8′
Tuba 8′

Solo (61 note)
Contra Viola 16′
Viole d’Orchestre 8′
Viole Céleste 8′
Harmonic Flute 8′
Concert Flute 4′
Orchestral Hautboy 8′
Tremulant
Double Orchestral Trumpet 16′
Horn 8′
Tuba 8′

Revealing Bach

10 agosto 2014 3 commenti

«Revealing Bach», è questo il titolo del nuovo cofanetto targato Archiv Produktion dedicato a tutti gli amanti dell’accoppiata Johann Sebastian BachKarl Richter e anche, più in generale, agli estimatori della musica del grande compositore tedesco.

La pubblicazione, curata da Universal Music Italia, è prevista per il 2 settembre 2014 e i dettagli sui contenuti dei nuovi 18 dischi sono ancora di difficile reperibilità; sul sito ufficiale non si trova praticamente nulla più dell’immagine di copertina, ciò nondimeno sul sito Tower Records Online è presente un plausibile elenco delle tracce. Ho inoltrato alla casa discografica una richiesta di maggiori dettagli; non appena riceverò risposta provvederò a pubblicare un aggiornamento.

Copertina del cofanetto "Revealing Bach"

Di seguito riporto tutti i dettagli che sono riuscito a recuperare, ma dev’essere chiaro che queste informazioni sono assolutamente provvisorie e possono contenere errori ed omissioni.

482 0959 GB18 ADD CD – EAN-13: 0028948209590 – Data di uscita: 02/09/2014.

  1. CD 1 (77’25”, clavicembalo Neupert “Bach”, da 477 6210, CD 7/8)
    • Variazioni Goldberg, BWV 988
  2. CD 2 (46’16”, clavicembalo Neupert “Bach”, da 477 6210, CD 6/8)
    • Concerto italiano in fa maggiore, BWV 971
    • Fantasia cromatica e fuga in re minore, BWV 903
    • Toccata e fuga in sol minore, BWV 915
    • Pastorale in fa maggiore, BWV 590
    • Fantasia in do minore, BWV 906
  3. CD 3 (49’07”, con Wolfgang Schneiderhan)
    • Sonata per violino e clavicembalo in si bemolle minore, BWV 1014
    • Sonata per violino e clavicembalo in la maggiore, BWV 1015
    • Sonata per violino e clavicembalo in mi maggiore, BWV 1016
  4. CD 4 (55’10”, con Wolfgang Schneiderhan)
    • Sonata per violino e clavicembalo in do minore, BWV 1017
    • Sonata per violino e clavicembalo in fa minore, BWV 1018
    • Sonata per violino e clavicembalo in sol maggiore, BWV 1019
  5. CD 5 (52’30”, con Aurèle Nicolet, da 427 1132)
    • Sonata per flauto e clavicembalo in sol minore, BWV 1020
    • Sonata per flauto e clavicembalo in si minore, BWV 1030
    • Sonata per flauto e clavicembalo in mi bemolle maggiore, BWV 1031
    • Sonata per flauto e clavicembalo in la maggiore, BWV 1032
  6. CD 6 (58’04”, da 427 1432, CD 1/2)
    • Concerto brandeburghese n. 1 in fa maggiore, BWV 1046
    • Concerto brandeburghese n. 2 in fa maggiore, BWV 1047
    • Concerto brandeburghese n. 3 in sol maggiore, BWV 1048
    • Concerto brandeburghese n. 4 in sol maggiore, BWV 1049
  7. CD 7 (67’36”, da 427 1432, CD 2/2)
    • Concerto brandeburghese n. 5 in re maggiore, BWV 1050
    • Concerto brandeburghese n. 6 in si bemolle maggiore, BWV 1051
    • Concerto per oboe d’amore, archi e continuo in la maggiore, BWV 1055 (1980)
    • Concerto per violino, oboe, archi e continuo in re minore, BWV 1060 (1963)
  8. CD 8 (70’48”)
    • Concerto per clavicembalo, archi e continuo in re minore, BWV 1052
    • Concerto per clavicembalo, archi e continuo in mi maggiore, BWV 1053
    • Concerto per clavicembalo, archi e continuo in fa minore, BWV 1056
    • Concerto per clavicembalo, 2 flauti dolci, archi e continuo in fa magg., BWV 1057
  9. CD 9 (44’45”)
    • Concerto per 2 clavicembali, archi e continuo in do maggiore, BWV 1061
    • Concerto per 3 clavicembali, archi e continuo in re minore, BWV 1063
    • Concerto per 4 clavicembali, archi e continuo in la minore, BWV 1065
  10. CD 10 (76’02”)
    • Concerto per clavicembalo, archi e continuo in re maggiore, BWV 1054
    • Concerto per clavicembalo, archi e continuo in la maggiore, BWV 1055 (1971)
    • Concerto per clavicembalo, archi e continuo in sol minore, BWV 1058
    • Concerto per 2 clavicembali, archi e continuo in do minore, BWV 1060 (1972)
    • Concerto per 3 clavicembali, archi e continuo in do maggiore, BWV 1064 (1973)
  11. CD 11 (57’37”)
    • Concerto per 2 clavicembali, archi e continuo in do minore, BWV 1062
    • Concerto per flauto, violino, clavicembalo in la min., BWV 1044 “Triplo concerto”
    • Concerto 3 violini, archi e continuo in do maggiore, BWV 1064 (1981)
  12. CD 12 (78’48”)
    • Concerto per due clavicembali, archi e continuo BWV 1060 (1963)
    • Concerto per 2 violini, archi e continuo in re minore, BWV 1043 “Doppio concerto”
    • Offerta musicale, BWV 1079
  13. CD 13 (59’00”, da 431 1192)
    • Concerto per organo in sol maggiore, BWV 592
    • Concerto per organo in la minore, BWV 593
    • Concerto per organo in do maggiore, BWV 594
    • Concerto per organo in do maggiore, BWV 595
    • Concerto per organo in re minore, BWV 596
    • Concerto per organo in mi bemolle maggiore, BWV 597
  14. CD 14 (78’40”)
    • Toccata e fuga in re minore, BWV 538°
    • Toccata e fuga in re minore, BWV 565†
    • Preludio e fuga in mi bemolle maggiore, BWV 552†
    • Sonata a tre voci n. 5 in do maggiore, BWV 529†
    • Fantasia e fuga in sol minore, BWV 542†
    • Preludio corale «Kommst du nun, Jesus, vom Himmel Herunter», BWV 650†
    • Preludio corale «Wachet auf, ruft uns die Stimme», BWV 645†
  15. CD 15 (67’56”)
  16. CD 16 (70’23”)
    • Suite (overture) per orchestra n. 1 in do maggiore, BWV 1066
    • Suite (overture) per orchestra n. 2 in si minore, BWV 1067
    • Suite (overture) per orchestra n. 4 in re maggiore, BWV 1069
  17. CD 17 (61’59”, da 427 1552, CD 1/2)
    • Messa in si minore, BWV 232: I. Kyrie, II. Gloria
  18. CD 18 (61’01”, da 427 1552, CD 2/2)
    • Messa in si minore, BWV 232: III. Credo, IV. Sanctus, V. Agnus Dei

Stando alle poche informazioni disponibili allo stato attuale, a giudicare dalle durate complessive dei 18 CD, sembrerebbe che una disposizione più attenta delle registrazioni avrebbe potuto permettere di risparmiare uno se non addirittura più dischi, ovvero di includere altro interessante materiale.

Si rileva con grande piacere la presenza dell’Offerta musicale, dei 13 concerti per clavicembalo, e delle sonate per violino e clavicembalo (con il solista Wolfgang Schneiderhan al violino), tutte incisioni che mancavano all’appello da molti anni e che finalmente rientrano in catalogo. Ritroviamo anche le opere per clavicembalo solista, incluse le Variazioni Goldberg, che erano uscite dal catalogo qualche anno fa insieme al cofanetto Karl Richter: A Universal Musician (477 6210, 8 CD, 2006) che le conteneva.
Della Messa in si minore contenuta negli ultimi due dischi, è stata inserita l’incisione in studio del 1961 (427 1552, 2 CD, 1989) e non quella live del 1969 in Giappone (contenuta nel cofanetto Sacred Masterpieces, 463 7012, 10 CD, 2000).

Sarebbe auspicabile che queste registrazioni, specialmente quelle che da più tempo mancano dal catalogo, fossero state accuratamente rimasterizzate dagli Emil Berliner Studios a partire dai nastri originali, ma quasi certamente non sarà così. Mentre infatti questo trattamento viene frequentemente riservato alle release internazionali della Deutsche Grammophon/Archiv Produktion, è raro che ciò accada per edizioni locali come questa. Quello che normalmente viene fatto in questi casi è semplicemente attingere a edizioni internazionali già esistenti e magari anche con un bel po’ di anni sulle spalle. Proprio a questo proposito, la disposizione delle opere all’interno di questo nuovo cofanetto lascia supporre che i concerti brandeburghesi (CD 6 e 7) possano essere stati tratti dalla vecchissima, anche se tecnicamente buona, edizione della serie Galleria (427 1432, 2 CD, 1989) e non dalla più recente rimasterizzazione Original-Image Bit-Processing della serie The Originals che include anche le suite per orchestra e il triplo concerto (463 6572, 3 CD, 2002); lo si nota facilmente perché i due dischi dell’album Galleria risultano esattamente identici ai due qui presenti sia per quanto riguarda i contenuti che per la loro disposizione, inclusi i concerti BWV 1055 e 1060 posti a riempimento del secondo disco.

In conclusione, per meno di 40 euro si può acquisire un’opera senz’altro valida, che costituisce soprattutto una buona occasione per chi non si è ancora avvicinato alle interpretazioni di Karl Richter, e che include anche alcune registrazioni difficili da trovare negli ultimi anni. Non resta quindi che attendere l’uscita e sperare che siano state utilizzate le rimasterizzazioni più recenti disponibili.


Aggiornamento del 18/09/2014:

Elenco delle opere contenute nel cofanetto

Esaminando l’elenco aggiornato delle tracce disponibile sul sito tedesco jpc.de, si evince che l’edizione della Messa in si minore è quella del 1961, tratta dal doppio CD Archiv Produktion 427 1552.

Il nuovo elenco contiene anche informazioni sulla durata e sugli artisti di ogni registrazione, e sono disponibili anche le anteprime (un minuto) di tutti i brani; tutte informazioni che dovrebbero essere presenti sul sito ufficiale dell’etichetta e che invece non ci sono.

Gli studi di Liszt e di Debussy eseguiti da Mariangela Vacatello

26 febbraio 2014 Lascia un commento

Alcuni mesi fa la casa discografica Brilliant Classics ha pubblicato due album dedicati a due tra le più celebri raccolte di studi per pianoforte: i 12 Études d’exécution transcendante di Franz Liszt e gli altrettanti Études di Claude Debussy. L’interprete è Mariangela Vacatello, che ha inciso i due CD a distanza di meno di due anni l’uno dall’altro: Liszt nel 2010 e Debussy nel 2012.

Copertina del CD di Liszt Copertina del CD di Debussy

In ambito musicale si definiscono studi quelle particolari composizioni di natura fondamentalmente didattica che mirano ad affrontare determinate problematiche tecniche. I primi studi per pianoforte furono scritti all’inizio del diciannovesimo secolo da compositori come Muzio Clementi e Carl Czerny; ancora oggi questi nomi sono ben noti a tutti i pianisti ed aspiranti tali, al contrario sono meno conosciuti dal grande pubblico degli ascoltatori e degli amatori proprio perché le loro composizioni sono in buona parte destinate agli studenti di musica e non sono concepite per l’esecuzione concertistica.

Etichettare le raccolte di studi di Liszt (1852) e Debussy (1915) con la definizione testé esposta sarebbe però a dir poco superficiale; in verità si tratta di composizioni di rara bellezza musicale e tecnicamente molto difficili da eseguire, costituiscono quindi un eccezionale concentrato di tecnica e di arte. I lavori del celebre virtuoso ungherese, spesso esuberanti e imponenti ma talvolta anche delicatissimi, sono accomunati a quelli più sobri del francese dal fatto di aver portato al limite le possibilità tecniche dello strumento, sebbene in modi molto diversi. Non sembra un caso, quindi, che Mariangela Vacatello abbia scelto, per l’incisione di queste composizioni, due pianoforti che presentano caratteri tra loro differenti: uno Yamaha CF III SA per Liszt, dal suono corposo e a tratti oscuro, e un Fazioli F278 per Debussy (278 sono i centimetri di lunghezza dello strumento), in grado meglio di altri di rendere fedelmente le infinite sfumature delle partiture del francese.

Gli Études d’exécution transcendante (Studi d’esecuzione trascendentale) di Liszt sono opere di vocazione chiaramente concertistica. Di stile estremamente vario, queste composizioni presentano una grande complessità che non si limita all’aspetto tecnico. Lo scopo didattico, come anticipato, è in pratica solo un pretesto, lo dimostra il fatto che ciascuno studio contempla non uno ma molteplici aspetti della tecnica pianistica; questo lascia intendere che l’esecutore deve possedere già una tecnica consolidata per potersi dedicare con successo a queste composizioni, requisito abbondantemente soddisfatto da Mariangela Vacatello, a giudicare da questa brillante e ricercata registrazione. In questi studi, Liszt articola il discorso musicale lavorando su praticamente tutti i parametri possibili, spingendosi anche oltre le forme che erano nell’uso dell’epoca, e con una particolare dedizione nel ricercare timbri e colori inediti, nascosti tra i martelli e le corde di uno strumento ancora non completamente esplorato. Non mancano, all’interno delle complesse tessiture Lisztiane, assonanze e richiami più o meno espliciti agli studi di Chopin, composti tra l’altro più o meno nello stesso periodo o poco prima (1829-36).

Frontespizio degli Études di Liszt
Frontespizio degli Études di Franz Liszt
Prima pagina degli Études di Debussy
Prima pagina degli Études di Debussy

Mentre gli studi di Liszt mantengono un’anima fondamentalmente classico-romantica e quindi una fruibilità abbastanza immediata per l’ascoltatore, i Douze Études di Debussy richiedono di norma un impegno maggiore da questo punto di vista; non si tratta di brani che mirano a comunicare qualcosa di concreto; l’obiettivo è molto più ambizioso perché Debussy punta direttamente alla “sensazione pura”, cerca cioè di trasportare la mente in uno stato completamente astratto tramite una melodia che non richiama più alcun elemento immaginabile (come umani sentimenti o immagini di qualsiasi genere), eliminando così un passaggio mentale sul quale invece si fonda la musica classica e romantica. Tale obiettivo non è raggiungibile se non con una forte sinergia tra il compositore e l’interprete, senza la quale ci si ritroverebbe ad ascoltare una sequenza di note apparentemente insignificante e anche poco piacevole, dato che ci si concentrerebbe sulla ricerca dell’armonia tonale che, in questi studi, viene spinta ben oltre i propri limiti.
Il tocco della giovane pianista italiana sembra rendere sorprendentemente semplice questo processo di comunicazione diretta tra la partitura e la mente; la scelta dei tempi è tale per cui non esistono momenti di noia: matematici dove serve, divengono più elastici in presenza di frasi da sottolineare. La pressione di ogni tasto è perfettamente studiata e pesata così come la gestione del pedale di risonanza, il che rende evidente lo studio minuzioso della partitura. Diversamente da Liszt, in cui si viene spesso letteralmente investiti dalla musica, in Debussy l’eleganza si basa proprio sulla precisione dei dettagli e delle sfumature.

A seguire i 12 studi, nel disco di Debussy troviamo le tre bellissime nonché magistralmente eseguite Estampes e i Deux arabesques che raccontano in senso inverso lo sviluppo artistico del compositore: gli studi, risalenti al 1915, sono infatti tra le ultime composizioni del francese. Le Estampes, scritte nel 1903, sono opere della maturità in cui si può apprezzare appieno lo stile del compositore, stile del quale si scorge il germe nei romantici Deux arabesques, composti in età giovanile, intorno al 1890. A riportarci nel pieno di Debussy troviamo, alla fine del disco, L’isle joyeuse, composta nel 1904.

Dopo aver ascoltato questo disco, anche solo una volta, si può dire che Mariangela Vacatello faccia letteralmente innamorare della musica di Debussy. Anche coloro che si ritengono allergici alla musica moderna, pur magari amando quella romantica, classica e barocca, dovrebbero concedersi un’opportunità ascoltando quest’album ancora relativamente recente ma che già si è fatto notare dalla critica che conta.

Pubblicato a settembre del 2012, il disco di Debussy è perfetto anche sotto il profilo tecnico; il suono del Fazioli è estremamente espressivo; dolcissimo ma definito nei piano, risulta incisivo e potente nei forte, sfoderando una gran quantità di armonici; un suono brillante che non sconfina mai nell’eccesso, conferendo a queste esecuzioni la definizione che meritano. La tecnica di ripresa, curata da Luca Ricci, è assolutamente eccellente e di gran lunga migliore rispetto a quella di certe registrazioni pianistiche di etichette discografiche più note. Il suono è chiaro e bilanciato, la dinamica, importantissima in Debussy (vale la pena di ripeterlo) è riprodotta fedelmente e non sono presenti disturbi di sorta.

Il CD di Liszt, uscito nel giugno del 2011 risulta di buona qualità tecnica; la stereofonia è molto accentuata tanto che sembra quasi di trovarsi nel centro del pianoforte; questa particolare prospettiva, apprezzabile più che altro in cuffia, può inizialmente lasciare disorientati ma alla fine risulta tollerata dopo pochi minuti di ascolto. Il suono è chiaro e ben definito, caratteristica imprescindibile per poter percepire tutti i dettagli delle complesse partiture. Anche in questo caso non vi sono disturbi da segnalare.

Ora non resta che sperare nell’uscita di un disco dedicato agli studi di Frédéric Chopin, che andrebbe a costituire un elemento centrale del progetto di incisione dei più famosi studi per pianoforte portato avanti da Mariangela Vacatello, insieme con l’etichetta olandese Brilliant Classics.


Per approfondimenti sulle opere contenute in questi due album si consigliano, oltre alle note contenute nei rispettivi libretti (a cura di Michele Campanella per Liszt e di Désirée Fusi per Debussy) le interessanti guide all’ascolto disponibili sul sito dell’Orchestra Virtuale del Flaminio, in particolare: