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«Karajan Gold», ossia quando rimasterizzare non serve

19 novembre 2015 2 commenti
Karajan Gold

Nel 1993, a distanza di quattro anni dalla scomparsa di Herbert von Karajan e a tredici anni dalla sua prima registrazione digitale, la Deutsche Grammophon decise di rimpiazzare alcuni degli ultimi dischi di Karajan con nuove edizioni rimasterizzate con l’innovativo procedimento Original-Image Bit-Processing che prometteva, e promette tutt’oggi, “il recupero dello spettro acustico originale” anche dalle vecchie registrazioni digitali. La nuova serie, denominata Karajan Gold, è costituita da una trentina di album, buona parte dei quali è ancora in commercio in formato CD, e include nuovi libretti con attraenti finiture argentate, all’interno dei quali sono presenti delle note che spiegano le ragioni dell’operazione; in particolare si legge: “Tutti coloro che hanno preso parte a questo progetto hanno agito nella certezza di corrispondere ai desideri del grande maestro”.

Sulla carta questo progetto sembrerebbe ottimo: ottenere il meglio dalle ultime registrazioni digitali del celebre direttore austriaco, utilizzando gli strumenti e i procedimenti più moderni (siamo nel 1993) per trasferire i nastri digitali, dei quali tuttora ignoro le caratteristiche tecniche, su CD. Va ovviamente tenuto presente anche il livello tecnologico dell’epoca; tanto per avere una vaga idea, nel 1993 un hard disk da un gigabyte non si poteva comprare senza il libretto degli assegni. Si trattava, in ogni caso, di una manifestazione di rispetto nei confronti dell’ultima eredità artistica e tecnologica di Karajan. Uomo attento al progresso della tecnica, egli pretese l’uso del registratore digitale fin dal 1980, ben due anni prima della commercializzazione del compact disc (17 agosto 1982). Molte delle registrazioni rimasterizzate risalgono a questo primo periodo:

Copertina del disco 439 007-2 Copertina del disco 439 010-2 Copertina del disco 439 011-2 Copertina del disco 439 012-2 Copertina del disco 439 014-2
Copertina del disco 439 015-2 Copertina del disco 439 017-2 Copertina del disco 439 036-2 Copertina del disco 439 038-2 Copertina del disco 439 039-2

All’ascolto di questi nuovi dischi, però, può capitare di notare un suono poco naturale, talvolta leggermente distorto, specialmente nei picchi; prendendo ad esempio il disco dei Quadri di Mussorgsky registrato nel 1986 (439 013-2), La Grande porta di Kiev presenta un livello apprezzabile di distorsione e la grancassa troppo in evidenza. L’esame della traccia audio conferma che l’audio raggiunge spesso il massimo livello di uscita, e la dinamica risulta decisamente compressa, in particolare nel finale. Lo stesso difetto è presente anche qua e là nelle altre tracce del disco. Esaminando anche gli altri CD della serie emerge che la stessa caratteristica, in verità molto diffusa nei dischi di musica pop, è presente in tutti quanti, seppure in misure diverse.

Per capire se il problema è da imputarsi alle registrazioni originali o alle rimasterizzazioni Original-Image Bit-Processing, occorre recuperare i dischi pubblicati prima del 1993 e confrontare l’audio originale con quello rimasterizzato. Com’è intuibile dal titolo dell’articolo, negli originali la dinamica non risulta compressa in modo evidente; il segnale raggiunge molto raramente il livello massimo, e quando capita, è per periodi brevissimi, come giusto. In termini assoluti bisogna dire che spesso la dinamica dei dischi rimasterizzati risulta leggermente più ampia, ma probabilmente è proprio questa eccessiva estensione che ha portato ad esaurire i 16 bit del CD, provocando un effetto collaterale, la distorsione, peggiore di una lieve compressione quasi sicuramente adottata in fase di prima masterizzazione. A volte il sonoro rimasterizzato appare anche leggermente più pulito, con rumore di fondo lievemente ridotto e con i toni bassi accentuati.

Forma onda edizione originale Forma onda edizione Karajan Gold
Comparazione delle forme d’onda della Alpensinfonie: 400 039-2 (a sinistra) e 439 017-2 (a destra)

Tra le rimasterizzazioni meglio riuscite troviamo sicuramente il Requiem di Mozart (439 023-2) e anche le sinfonie di Beethoven (439 001/6-2 o 439 200-2) nonostante personalmente preferisca il suono originale; al contrario, il disco di Mussorgsky già citato (439 013-2) è tra i peggiori. Un caso a parte è la Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss, che pure ascoltabilissima in versione rimasterizzata (439 017-2), risulta molto diversa dalla versione originale (400 039-2) che fu sicuramente approvata dall’allora settantaquattrenne Karajan. In particolare, nella rimasterizzazione manca completamente il “vento” (la macchina del vento fa parte dell’organico prescritto dal compositore); viene da pensare che possa essere stato montato in post-produzione nella vecchia edizione, e poi omesso, non si capisce se volutamente o meno, nella nuova rimasterizzazione.

Trovare i CD originali, pubblicati per la precisione tra il 1982 e il 1989 e riconoscibili dalle copertine prive di finiture argentate e del marchio Karajan Gold, può non essere semplice perché bisogna necessariamente ricorrere al mercato dell’usato, ma a volte può capitare di trovarne in buono stato per pochi spicci. A questo proposito posso consigliare i venditori Momox su Amazon.fr e Medimops su Amazon.de.

Copertina del disco 400 028-2 Copertina del disco 400 039-2 Copertina del disco 400 063-2 Copertina del disco 400 067-2 Copertina del disco 410 021-2
Copertina del disco 410 873-2 Copertina del disco 410 959-2 Copertina del disco 413 361-2 Copertina del disco 413 588-2 Copertina del disco 413 589-2
Copertina del disco 415 067-2 Copertina del disco 415 068-2 Copertina del disco 415 069-2 Copertina del disco 415 070-2 Copertina del disco 415 071-2
Copertina del disco 415 072-2 Copertina del disco 415 094-2 Copertina del disco 415 095-2 Copertina del disco 415 348-2 Copertina del disco 415 508-2
Copertina del disco 415 509-2 Copertina del disco 419 599-2 Copertina del disco 419 610-2 Copertina del disco 419 869-2 Copertina del disco 429 226-2

In definitiva ritengo che non ci fosse alcun bisogno di rimaneggiare le registrazioni digitali di Karajan a metà degli anni novanta. Nulla avrebbe vietato alla Deutsche Grammophon di proporre comunque un’edizione speciale, arricchita di qualsivoglia contenuto extra. Una seria operazione di rimasterizzazione avrebbe certamente più senso oggi, anche se i margini di intervento sulle registrazioni numeriche restano comunque abbastanza limitati.

Johann Sebastian Bach – Helmut Walcha

19 ottobre 2013 1 commento
Johann Sebastian Bach all'organo
Stampa di Bach seduto all’organo (1725).
British Museum, autore sconosciuto.
Helmut Walcha all'organo
Helmut Walcha all’organo (da 463 712-2).
Foto: Siegfried Lauterwasser.

Il nome di Helmut Walcha è ben noto alla quasi totalità degli appassionati di musica per organo; l’organista tedesco deve la sua fama principalmente alle incisioni di Bach effettuate tra il 1956 e il 1971 per la casa discografica Deutsche Grammophon, o, per essere precisi, per la sua costola Archiv Produktion.
Affetto fin dalla gioventù da una grave malattia della vista, fu praticamente sempre costretto ad imparare a memoria gli spartiti dopo averli faticosamente decifrati; più avanti negli anni sarà la moglie a fornirgli un prezioso supporto eseguendo per lui le partiture di Bach voce per voce in modo che potesse mandarle a memoria più facilmente; ciò implicò uno studio accuratissimo delle partiture stesse.

1947-1952: il primo integrale monofonico

Walcha fu uno dei primi grandi organisti che si pose il problema della filologia esecutiva barocca. Le sue primissime registrazioni risalgono al 1947 e coincidono con la nascita della stessa Archiv. Uno degli obiettivi della neonata era proprio quello di documentare gli strumenti musicali storici sfuggiti alle devastazioni della seconda guerra mondiale; gli organi antichi rientrano a pieno titolo in questa categoria e anzi rappresentano uno dei patrimoni artistici più delicati e difficili da tutelare: dove non arrivavano le bombe, infatti, spesso arrivavano le razzie al fine di recuperare il metallo delle canne per scopi bellici.
Le incisioni del ’47, di seguito elencate, furono effettuate al “piccolo” organo della Jakobi-Kirche a Lubecca, un gioiello a tre manuali e pedaliera che include anche materiale fonico risalente all’epoca rinascimentale. I dettagli di questo e di tutti gli altri strumenti qui trattati sono disponibili più avanti in quest’articolo e sono tratti in gran parte dai libretti allegati ai cofanetti Archiv 474 747-2 e 463 712-2.

  • Sonate a tre voci n. 1 e n. 6, BWV 525, 530
  • Fantasia e fuga in sol minore, BWV 542
  • Preludio e fuga in do maggiore, BWV 547
  • Preludio e fuga in mi bemolle maggiore »St. Anne«, BWV 552
  • Toccata, adagio e fuga in do maggiore, BWV 564
  • Toccata e fuga in re minore, BWV 565
  • Corali di Schübler, BWV 645-650
  • Clavier-Übung III: BWV 669-671, 676, 678, 680, 682, 684, 686, 688 (für große Orgel)
  • Partite diverse sopra »Sei gegrüßet, Jesu gütig«, BWV 768
Cofanetto edizione giapponese Cofanetto edizione internazionale

Integrale 1947-1952: edizione giapponese e internazionale (10 CD).

Le prime registrazioni che furono messe in commercio dalla Archiv furono quelle dei sei corali di Schübler. All’epoca ancora non esisteva il long playing ma c’erano solo i dischi in gommalacca da 78 giri che potevano contenere al massimo cinque minuti di musica per lato, per cui i sei corali richiedevano ben tre dischi che furono catalogati con i numeri 1001-3. Pochi anni dopo, l’LP monofonico fece la sua comparsa e divenne in breve tempo il supporto più conveniente per distribuire la musica grazie alla maggiore durata e al minore rumore di fondo. Proprio quest’ultimo dettaglio fece sorgere un problema: ci si accorse infatti che sul nuovo supporto era chiaramente udibile il rumore del traffico veicolare che era stato registrato, ovviamente senza volerlo, nella Jakobi-Kirche, mentre prima sui 78 giri esso risultava mascherato dal rumore di fondo. Ciò rese necessaria la ricerca di un sito più tranquillo ove registrare il resto delle composizioni di Bach. La scelta ricadde su uno strumento barocco di piccole dimensioni, l’organo Schnitger della chiesa dei Ss. Pietro e Paolo a Cappel, villaggio tedesco sul mare dei Wadden, a metà strada tra Cuxhaven e Bremerhaven. Questo strumento a due manuali e pedaliera, di elevato valore storico e miracolosamente risparmiato dalla guerra, presentava caratteristiche foniche più che adeguate all’esecuzione filologica di Bach. La registrazione dell’integrale fu completata nel 1952, anche se di vero e proprio integrale non si può parlare: Walcha decise infatti di non includere le opere di dubbia attribuzione come i piccoli preludi e fughe BWV 553-560, i concerti per organo BWV 592-597 che in realtà sono trascrizioni di concerti di altri autori, e L’arte della fuga, che Walcha all’epoca non riteneva fosse destinata all’esecuzione organistica. Mancano naturalmente anche i corali Neumeister, scoperti solo negli anni ottanta. I quattro duetti BWV 802-805, tratti dal Clavier-Übung III, sono invece presenti ma eseguiti “a sorpresa” al clavicembalo anziché all’organo (non c’è modo di saperlo se non ascoltando il disco).

L’approccio di Helmut Walcha alle composizioni organistiche del Kantor fu chiaro da subito: fedeltà alla partitura, che comporta il rifiuto quasi totale di ogni licenza interpretativa romantica tanto in voga in quegli anni (si pensi alle incisioni di Albert Schweitzer); tempo scandito in modo quasi metronomico, sobrietà negli abbellimenti, e gestione dei registri indirizzata sia all’ottenimento di sonorità particolari, interessanti e talvolta sorprendenti, sia all’evidenziazione della struttura delle composizioni, elemento fondamentale della musica di Bach e, in generale, della musica contrappuntistica. La spettacolarità è una caratteristica quasi del tutto assente in queste interpretazioni; qui l’organista si mette totalmente a servizio del compositore rispettandone ogni notazione con la precisione che si deve a delle partiture che si fondano su studi che potremmo definire “matematici”.

La qualità tecnica è sorprendentemente elevata se si considera che si tratta di registrazioni dell’immediato dopoguerra; certo, il rumore di fondo è ben presente, ma l’intervallo di frequenze registrato è compreso tra 30 e all’incirca 12.000 Hz. Talvolta si nota un po’ di distorsione quando il livello del suono si avvicina al limite superiore di dinamica.

Questo ciclo di incisioni monofoniche era stato reso disponibile in compact disc dalla Archiv solo nel 2003 come cofanetto di 10 CD della serie Original Masters (474 747-2), ma attualmente è fuori catalogo. Anni prima, nel 1992, era stata rilasciata un’edizione destinata al mercato giapponese, sempre in CD (POCA-9002/11). Attualmente è possibile acquistarlo in versione download MP3 o FLAC dal sito Deutsche Grammophon oppure, naturalmente, come rimanenza di magazzino (ad esempio sul Marketplace di Amazon). In alternativa è possibile reperirlo in edizioni economiche di altre case discografiche minori (ad esempio Membran), dato che sono trascorsi più di cinquant’anni dalla prima pubblicazione di queste registrazioni e quindi il copyright della Archiv Produktion è decaduto; bisogna però tenere presente che i nastri originali non lasciano mai la casa discografica madre, pertanto le altre case non possono avervi accesso diretto e si devono accontentare di una copia che per forza di cose sarà di qualità inferiore, magari di poco ma comunque inferiore, rispetto all’originale; ciò significa che, a meno di rimasterizzazioni e rimaneggiamenti del segnale, la qualità audio del download FLAC dal sito Deutsche Grammophon (formato di compressione senza perdita di qualità) dovrebbe essere maggiore rispetto a quella dei CD pubblicati da altre case discografiche.


Kleine Stellwagen-Orgel, St. Jakobi-Kirche, Lübeck

Kleine Stellwagen-Orgel - St. Jakobi-Kirche - Lübeck
Foto tratta dal sito www.holbach-foundation.org.

1467/1515 (Hauptwerk) – 1636-37 (Friedrich Stellwagen: Rückpositiv, Brustwerk, Pedal)

Disposizione fonica all’epoca delle registrazioni: 1947

Hauptwerk
Prinzipal 16′
Oktave 8′
Oktave 4′
Oktave 2′
Rauschpfeife 2fach
Mixtur 2-6fach
Spielpfeife 8′
Rohrflöte 4′
Sesquialtera 2fach
Trommet 8′

Brustwerk
Gedackt 8′
Quintatön 4′
Waldflöte 2′
Zimbel 2fach
Regal 8′
Schalmei 4′

Unioni
Rückpositiv-Hauptwerk
Brustwerk-Hauptwerk
Hauptwerk-Pedal

Rückpositiv
Quintatön 8′
Prinzipal 4′
Oktave 2′
Scharf 4fach
Gedackt 8′
Hohlflöte 4′
Quintflöte 1 1/3′
Trechterregal 8′
Krummhorn 8′

Pedal
Prinzipal 16′
Oktave 8′
Mixtur 4fach
Subbaß 16′
Pommer 8′
Bordun 4′
Nachthorn 1′
Posaune 16′
Dulzian 8′
Trommet 4′
Regal 2′

Intonazione: Kammerton (La = 440 Hz). 4 tremoli.

Arp-Schnitger-Orgel, St. Peter und Paul, Cappel

Arp-Schnitger-Orgel - St. Peter und Paul - Cappel
Foto: Beate Ulich (Wikimedia Commons). Licenza Creative Commons.

Disposizione fonica all’epoca delle registrazioni: 1950-52

Hauptwerk
Quintad 16′
Principal 8′
Hollflöit 8′
Octava 4′
Spitzflöit 4′
Nasat 3′ (2 2/3′)
Gemshorn 2′
Rauschpfeife 2fach
Mixtur 5-6fach
Zimbel 3fach
Trompet 8′

Pedal
Untersatz 16′
Octava 8′
Octava 4′
Nachthorn 2′
Rauschpfeife 2fach
Mixtur 4-6fach
Posaune 16′
Trompet 8′
Cornet 2′

Rückpositiv
Quintad 8′
Gedact 8′
Principal 4′
Flöit 4′
Octava 2′
Siffloit 1 1/2′ (1 1/3′)
Sesquialtera 2fach
Tertian 2fach
Scharff 4-6fach
Dulcian 16′

Unioni
Rückpositiv-Hauptwerk

Accessori
Tremulant
Zimbelstern

Intonazione: Chorton (La = 460 Hz).

1956-1971: l’integrale stereofonico

L’avvento della registrazione stereofonica verso la metà degli anni cinquanta minacciava seriamente di rendere ben presto obsoleto l’integrale appena completato, e così nel 1956, la Deutsche Grammophon/Archiv Produktion decise insieme a Walcha di ricominciare a registrare Bach in stereofonia. Il progetto partì il 9 settembre dello stesso anno con la registrazione dell’Arte della fuga: proprio una delle opere che l’organista aveva volutamente escluso nella precedente edizione. Questa fu la prima registrazione stereofonica in assoluto della Deutsche Grammophon; ascoltandola oggi si può notare come il livello tecnico fosse già molto buono e certamente elevatissimo per l’epoca: spazialità eccellente e buona fedeltà (bassi un po’ poveri ma acuti fino ad oltre 15 kHz); il neo principale è il rumore di fondo non trascurabile ma facilmente tollerabile, anzi a questo proposito è un bene che i tecnici non abbiano filtrato il segnale in fase di rimasterizzazione, contribuendo a preservare la timbrica dello strumento che in questo caso è il validissimo organo Van Hagerbeer/Schnitger della Grote St. Laurenskerk di Alkmaar, città dell’Olanda settentrionale ad una quarantina di chilometri da Amsterdam; non fu possibile infatti registrare a Cappel poiché nel frattempo l’organo era stato danneggiato dall’impianto di riscaldamento della chiesa.
Quando, nel 2006, vi fu un grande revival dell’Arte della fuga, sospinto anche dalla pubblicazione di numerose nuove registrazioni (tra cui quella di Ramin Bahrami al pianoforte che riscosse grande successo), la Deutsche Grammophon colse la palla al balzo rilasciando all’inizio del 2007 un doppio CD (477 6508) contenente proprio questa registrazione, che all’epoca era già vecchia di cinquant’anni, mettendo di fatto in concorrenza Walcha con gli aggiornatissimi interpreti contemporanei.

L'arte della fuga CD serie "The Originals"

Le prime incisioni effettuate allo Schnitger di Alkmaar nel 1956.

Insieme all’Arte della fuga, Walcha registrò anche la famosa toccata e fuga in re minore BWV 565 che ancora oggi è una delle più belle interpretazioni mai incise, il preludio e fuga in do maggiore BWV 547, le sonate a tre voci BWV 525 e 530, la toccata adagio e fuga in do maggiore BWV 564, le partite diverse sopra »Sei gegrüßet, Jesu gütig« BWV 768 e i sei corali di Schübler BWV 645-650 (tre dei quali però in mono); a ben vedere, queste composizioni sono proprio le stesse che erano state registrate per prime a Lubecca nel ’47, incisioni tecnicamente obsolete che urgeva rinnovare.
Successivamente, nel 1962 Walcha integrò le registrazioni con le toccate e fughe BWV 538 »Dorische« e 540, le fantasie e fughe BWV 537 e 542, le fantasie BWV 562 e 572, i preludi e fughe BWV 534, 541, 543, 544, 546, 548 e 552 »St. Anne«, e la passacaglia e fuga BWV 582.

Sei anni dopo, nel 1968, si decise di completare l’integrale iniziato nel ’56 anche se non all’organo di Alkmaar, che tra l’altro iniziava ad accusare seri problemi di funzionamento, ma all’organo Johann Andreas Silbermann (nipote di Gottfried Silbermann) della chiesa di Saint-Pierre-le-Jeune, a Strasburgo, il quale, secondo l’organista, si prestava meglio all’esecuzione delle composizioni sacre grazie alla più ampia disponibilità di registri di flauto opportunamente distribuiti sui i suoi tre manuali e pedaliera. Con l’occasione, si decise di reincidere anche alcuni lavori precedentemente registrati ad Alkmaar, in particolare il preludio e fuga BWV 552 »St. Anne«, i sei corali di Schübler (stavolta tutti in stereo) e le partite diverse sopra »Sei gegrüßet, Jesu gütig«, incisioni, queste, che saranno poi inserite nell’integrale definitivo. Le registrazioni “scartate” sono comunque disponibili come CD separato Archiv 457 704-2, serie The Originals.

Cofanetto prima edizione Cofanetto seconda edizione

Integrale 1956-1971: prima e seconda edizione (12 CD).

Le ultime registrazioni ebbero luogo nel maggio del 1971, portando a completamento un integrale organistico che riscosse e continua a riscuotere grande successo in tutto il mondo, tanto che ne sono state già rilasciate due edizioni internazionali in CD (419 904-2 e 463 712-2, identiche nei contenuti). L’integrale monofonico rimase invece piuttosto in ombra e ancora oggi, come già detto, risulta di non facile reperibilità. Il minore successo è imputabile fondamentalmente alla qualità tecnica delle registrazioni, dato che, con l’avvento della stereofonia, le vecchie incisioni monofoniche vennero irrimediabilmente bollate come imperfette, a prescindere dalla qualità artistica che invece era già di altissimo livello. Nel secondo integrale, Walcha si rivela più rigoroso e misurato rispetto al primo, gestisce ancor più sapientemente i timbri dei suoi strumenti, sia quelli meravigliosamente pieni ed austeri, quasi aspri, dello Schnitger, che quelli più delicati, rotondi e rifiniti dell’organo Silbermann, sperimentando combinazioni di registri che a volte risultano veramente straordinarie come quelle del preludio BWV 535 e delle partite BWV 768, senza contare quelle dell’Orgelbüchlein e degli altri preludi corali.

Negli ultimi decenni lo studio della filologia e della prassi esecutiva barocca ha fatto passi da gigante e di certo le registrazioni di Walcha sono rimaste indietro da questo punto di vista e non sono oggi considerate di riferimento, nemmeno quelle più recenti degli anni settanta; ciò non sminuisce tuttavia il loro indiscutibile valore artistico e storico; proprio a quest’ultimo riguardo è interessante notare che la prima traccia del primo dei dieci dischi presenti nel cofanetto delle incisioni ’47-’52 non è una composizione di Bach ma una serie di improvvisazioni di Walcha all’organo di Cappel, con diverse combinazioni di registri enunciate a voce di volta in volta; impossibile non cogliere il valore documentale di questo quarto d’ora di registrazione, soprattutto a distanza di sessant’anni e dopo un profondo restauro dello strumento.


Frans-Caspar-Schnitger-Orgel, St. Laurenskerk, Alkmaar

Organo Frans Caspar Schnitger della St. Laurenskerk, Alkmaar

Disposizione fonica all’epoca delle registrazioni: 1956-62

Hauptwerk
Praestant 16′
Praestant 8′
Praestantquinte 6′ (5 1/3′)
Octav 4′
Quinte 3′ (2 2/3′)
Octav 2′
Flachflöte 2′
Terzian 2fach
Rauschpfeife 2fach
Mixtur 6fach
Trompete 16′
Viola da gamba 8′
Trompete 4′

Oberwerk
Praestant 8′
Bärpfeife 8′
Rohrflöte 8′
Quintadena 8′
Octav 4′
Floit dous 4′
Spitzflöte 3′ (2 2/3′)
Superoctav 2′
Spielflöte 2′
Sesquialtera 2fach
Scharf 4fach
Zimbel 3fach
Trompete 8′
Oboe 8′
Vox humana 8′

Rückpositiv
Praestant 8′
Quintadena 8′
Hohlflöte 8′
Octav 4′
Flöte 4′
Nasat 3′ (2 2/3′)
Superoctav 2′
Waldflöte 2′
Quinte 1 1/2′ (1 1/3′)
Sesquialtera 2fach
Mixtur 6fach
Zimbel 3fach
Trompete 8′
Fagott 8′
Vox humana 8′

Pedal
Prinzipal 22′ (32′) “extra usum”
Praestant 16′
Rohrquinte 12′ (10 2/3′)
Octav 8′
Quinte 6′ (5 1/3′)
Octav 4′
Nachthorn 2′
Rauschpfeife 3fach
Mixtur 6fach
Posaune 16′
Trompete 8′
Trompete 4′
Cornet 2′

Intonazione: Kammerton (La = 435 Hz).

Johann-Andreas-Silbermann-Orgel, Saint-Pierre-le-Jeune, Strasbourg

Johann-Andreas-Silbermann-Orgel, Saint-Pierre-le-Jeune, Strasbourg
Foto: Ralph Hammann (Wikimedia Commons). Licenza Creative Commons.

Disposizione fonica:

Grand-Orgue (56 note)
Bourdon 16′
Montre 8′
Bourdon 8′
Prestant 4′
Flûte à cheminée 4′
Quinte 2 2/3′
Quarte de Nazard 2′
Cornet 5 rangs (dal c’)
Sifflet 1′
Fourniture 4 rangs (1 1/3′)
Cymbale 3 rangs
Trompette 8′
Clairon 4′

Récit expressif (56 note)
Bourdon 8′
Prestant 4′
Flûte 4′
Sesquialtera 2 rangs
Doublette 2′
Larigot 1 1/3′
Cymbale 3 rangs (1/2′)
Trompette 8′
Voix humaine 8′

Positif de dos (56 note)
Bourdon 8′
Prestant 4′
Nazard 2 2/3′
Doublette 2′
Tierce 1 3/5′
Fourniture 3 rangs (1′)
Cromhorne 8′

Pédale (30 note)
Flûte 16′
Soubasse 16′
Bourdon 16′ (G.O.)
Montre 8′
Flûte 8′
Prestant 4′
Quarte de Nazard 2′
Fourniture 4 rangs (2 2/3′)
Cymbale 2 rangs (2/3′)
Bombarde 16′
Trompette 8′
Clairon 4′

Intonazione: Kammerton (La = 435 Hz).

Siti correlati: Deutsche GrammophonYoungrok LeeAlkmaar OrgelstadBach secondo Walcha (Musicalia-Organalia)

“Orgel-Symphonie”: la terza sinfonia di Saint-Saëns a Berlino

A la Mémoire de Franz Liszt - Troisième Symphonie en ut mineur par Camille Saint-Saëns, Op. 78

Le sinfonie francesi sono cosa rara; basta ripercorrere la storia della musica degli ultimi due o tre secoli per notare che i più grandi e prolifici compositori del genere sinfonico furono tedeschi, slavi, russi, non certo francesi. Camille Saint-Saëns è stato uno dei pochi contributori del sinfonismo tardo-romantico francese insieme a César Franck (che poi a dirla tutta non era nemmeno francese ma belga); la sua terza e ultima sinfonia è sicuramente uno dei componimenti più conosciuti e l’unica a vantare numerose incisioni discografiche. Espressione del sinfonismo classico alla Mendelssohn e Beethoven più che di quello romantico, l’opera è caratterizzata da scelte compositive interessanti, e al suo finale spettacolare in stile fuochi d’artificio spetta senza dubbio un posto importante tra tutte le sinfonie; in generale comunque si pone un gradino più in basso rispetto alle grandi sinfonie beethoveniane; a mio avviso questo paragone non solo è lecito, ma dimostra che anche a distanza di secoli, nel frangente della sinfonia classica, il compositore tedesco non teme confronti.

Componimento piuttosto singolare, questa sinfonia sfugge alla canonica suddivisione in quattro movimenti in uso fino ad allora, puntando su una nuova struttura basata su due soli tempi; in realtà ognuno di questi due movimenti presenta un notevole cambio di direzione esplicitamente indicato in partitura, pertanto in definitiva si ravvisa una ripartizione in quattro movimenti che possono essere considerati legati due a due. Altra particolarità è l’organico, arricchito rispetto a quello classico e che include anche un pianoforte e ovviamente un organo, da cui la denominazione “avec orgue” (con organo) apposta dal compositore.

400 063-2
Cochereau/Karajan (1982)
439 014-2
Cochereau/Karajan (1993)

Le due edizioni di cui si tratterà sono abbastanza vicine nel tempo e in fondo non sono tanto distanti nemmeno dal punto di vista interpretativo. La prima, e più vecchia, è quella diretta da Herbert von Karajan nel 1981, con Pierre Cochereau all’organo; l’altra è diretta da James Levine e all’organo troviamo Simon Preston; è il 1986. In entrambi i casi l’orchestra è la Filarmonica di Berlino; visto il breve lasso di tempo che separa le due incisioni, soli cinque anni, è plausibile che anche gli strumentisti siano in buona parte gli stessi.
Per ciascuna delle incisioni riportiamo qui due copertine in quanto negli anni sono state pubblicate diverse edizioni dello stesso materiale.

Ciò che fa veramente la differenza, oltre naturalmente agli interpreti, sono gli organi protagonisti delle registrazioni. Il grande Pierre Cochereau suona il Cavaillé-Coll di Notre-Dame de Paris, mentre l’organo di Simon Preston è quello della Berlin Philharmonie (per informazioni sullo strumento si rimanda ad un predecente articolo).
A proposito delle parti organistiche, è interessante notare un altro punto in comune tra queste due registrazioni. Sul BBC Music Magazine si menziona il fatto che la registrazione della parte di organo eseguita da Preston è stata effettuata separatamente da quella del resto dell’orchestra¹ e ci si potrebbe domandare il perché di questa scelta visto che l’organo era nello stesso posto dell’orchestra.
C’è di più: nel caso di Karajan e Cochereau la registrazione delle due parti è stata effettuata non solo in tempi diversi ma anche in luoghi diversi; i Berliner infatti non si sono mai mossi dalla capitale tedesca e hanno eseguito la sinfonia senza l’organo, e Pierre Cochereau ha inciso la parte organistica a mille chilometri di distanza.
La scelta di registrare in sessioni diverse, che demanda ad una successiva fase di missaggio l’onere di rimettere insieme i pezzi ed è quindi appannaggio esclusivo delle produzioni discografiche, può infastidire l’ascoltatore in quanto il risultato è inevitabilmente qualcosa di artefatto. Anche se tecnicamente ineccepibile, questo approccio priva gli orchestrali di sensazioni e riferimenti che invece avrebbero in un’esecuzione effettuata nella maniera tradizionale e che potrebbero condizionarne lo sviluppo, per non parlare di chi deve incidere “per secondo”, il quale è totalmente vincolato alla registrazione che dovrà integrare. Detto questo, il risultato finale in questi due casi è comunque di qualità, anzi, se non si fosse a conoscenza di tutta la verità, difficilmente si sospetterebbe il sotterfugio.

Entrambe le interpretazioni sono caratterizzate da tempi abbastanza rilassati. James Levine tira fuori dai Berliner un suono straordinario passando dalla delicatezza del secondo movimento (considerando l’opera divisa in quattro movimenti) alla maestosità dell’ultimo. La voce degli ottoni, più numerosi rispetto alla composizione tipica dell’orchestra sinfonica, risulta nitida e potente. L’organo, dal suono pieno e cristallino, si integra sempre perfettamente con l’orchestra mantenendo comunque una sua autonomia; nel Maestoso finale Preston adotta una registrazione imponente ma grazie ad un buon bilanciamento non ruba la scena all’orchestra e al pianoforte. Le battute conclusive della sinfonia sono dirette un po’ più lentamente di quanto ci si possa aspettare e questa è una delle differenze più apprezzabili tra questa incisione e quella di Karajan, che mediamente è leggermente più lenta di quella di Levine ma nel finale si mantiene piuttosto allegra. Dal punto di vista tecnico la registrazione è eccellente e vanta una dinamica molto estesa; il missaggio tra la registrazione dell’organo e quella dell’orchestra è perfetto. Un’incisione sicuramente raccomandabile e adatta anche a chi è alla ricerca di un punto di partenza per l’ascolto di questa sinfonia. Le due edizioni, di cui si riportano le copertine, sono entrambe in catalogo, tuttavia non c’è ragione di scegliere l’edizione del 1987 in quanto contiene meno materiale di quella del 2012 e viene proposta ad un prezzo maggiore; da un confronto effettuato bit per bit tra le due edizioni risulta che l’audio è perfettamente identico, ad eccezione ovviamente delle Overture di Berlioz non presenti nel disco dell’87, dunque nessuna rimasterizzazione è stata applicata.

Anche la registrazione di Karajan, risalente ai primordi dell’era digitale, è caratterizzata da un’orchestra dal suono eccellente. Nel secondo movimento, Poco adagio sulla carta ma quasi un Largo per Karajan, il suono chiaro e soave dell’organo francese sotto le dita esperte di Pierre Cochereau ci regala dieci minuti profondissimi dimostrando il livello dello strumento; i problemi arrivano invece nel quarto e ultimo movimento: qui l’organo attacca fortissimo, come è giusto, ma il suo suono purtroppo sembra finto, artefatto, pur rimanendo ben sincronizzato e bilanciato con quello dell’orchestra: i toni bassi dello strumento, al quale non mancano registri gravissimi, sono quasi del tutto assenti, forse per via del gran numero di ance che, pur splendide e caratteristiche, sovrastano ogni altro suono. Sicuramente si sarebbe potuto fare di meglio in fase di registrazione e missaggio; un disco che in definitiva non rende giustizia al Cavaillé-Coll parigino, ma che comunque documenta la collaborazione tra due grandissimi artisti, Karajan e Cochereau, che già all’epoca dei fatti erano entrati di diritto nella storia della musica del novecento.

Non si può però concludere un articolo sulle registrazioni della terza di Saint-Saëns senza spendere due parole su quella diretta da Charles Munch nel 1959 con un poco conosciuto Berj Zamkochian all’organo Aeolian-Skinner della Boston Symphony Hall; si tratta di un’interpretazione universalmente riconosciuta come una delle migliori in assoluto. Come è facile immaginare, la registrazione è stata effettuata in un’unica ripresa, evitando operazioni di montaggio sicuramente complicate per l’epoca; la cosa interessante è che i tecnici della RCA hanno pensato di utilizzare tre microfoni e non due come normalmente si faceva (e talvolta si fa ancora oggi) per registrare in stereofonia, ciò ha permesso il rilascio, nel 2004, di un’edizione in Super Audio CD che sfrutta tutti i vantaggi della registrazione a tre canali (sinistro, centrale e destro); trattandosi di un SACD ibrido, è sempre possibile riprodurlo anche con un normale lettore CD, ovviamente come downmix a due canali stereo. Quest’edizione risulta di buona qualità tecnica, ai limiti di quanto era possibile negli anni 50: la risposta in frequenza è compresa grosso modo tra 16 e 20.000 Hz, il bilanciamento tra le varie sezioni dell’orchestra non è proprio perfetto (talvolta gli ottoni risultano un po’ più forti del dovuto), lo è invece quello tra organo e archi. Il rumore di fondo è presente e si nota specialmente nel Poco adagio, dovrebbe comunque risultare sopportabile e non sembra sia stato ridotto artificiosamente. In generale il suono è naturale; se sono stati applicati filtri o equalizzazioni in fase di rimasterizzazione, la cosa è stata fatta in modo molto discreto.
Assolutamente da evitare è invece la precedente edizione del 1993, pubblicata in CD sempre da RCA e caratterizzata da un suono cupo e spesso fortemente distorto, basta ascoltare l’incipit del Maestoso per rendersene immediatamente conto. È probabile che in questo caso la rimasterizzazione (se così la si può definire) non sia stata effettuata a partire dai nastri originali ma da una copia di minore qualità, dato che anche i toni acuti risultano nettamente attenuati a parità di rumore di fondo.

(¹) BBC Music Magazine, marzo 2008. Estratto disponibile sul sito Presto Classical.

Karajan e i poemi sinfonici di Richard Strauss

16 febbraio 2013 Lascia un commento

Nel 2010 la Universal Music ha lanciato una nuova serie di cofanetti denominata Collectors Edition (sì, senza il genitivo sassone); in realtà questa serie va a rinfoltire la precedente Collector’s Edition (quella con l’apostrofo) con oltre quaranta box che spaziano da Bach a Messiaen; le registrazioni provengono naturalmente dagli archivi Deutsche Grammophon, Archiv Produktion e Decca.

Caratterizzati da un prezzo conveniente, tipicamente meno di 5 euro a disco, questi cofanetti sono interessanti anche perché spesso ripropongono incisioni che fino a poco tempo fa erano disponibili solo ad alto prezzo, ed è proprio il caso delle registrazioni dei lavori per orchestra di Richard Strauss diretti da Herbert von Karajan.

Copertina del cofanetto: "Richard Strauss: Orchestral Works - Herbert von Karajan"

I cinque dischi contengono i principali poemi sinfonici:

Queste registrazioni risalgono agli anni ’80 e sono tutte digitali; fino a qualche anno fa erano disponibili solo nella serie Karajan Gold:

Nessuna ulteriore rimasterizzazione è stata applicata rispetto alle edizioni Karajan Gold, che già riportavano l’indicazione Original-Image Bit-Processing; da un confronto effettuato tra i file audio estratti dalle vecchie edizioni Karajan Gold e quelli estratti da questo cofanetto si evince infatti che si tratta proprio dello stesso materiale.

Inoltre il cofanetto include:

Risulta in realtà che il quinto disco, contenente i Vier letzte Lieder, Metamorphosen ed estratti da Sechs Lieder e Capriccio, corrisponde esattamente al CD DG 445 600-2, serie Masters, pubblicato nel 1997 e da tempo fuori catalogo ma di cui si riporta la copertina (poco più avanti).

I due poemi sinfonici Così parlò Zarathustra e Sinfonia delle Alpi (di quest’ultimo si è già parlato in un precedente articolo) sono i soli a richiedere l’organo. In entrambi i casi lo strumento è il Karl Schuke della Berlin Philharmonie, sotto le dita dell’organista David Bell.
Il direttore tedesco come sempre cura molto l’equilibrio sonoro, l’organo non copre quasi mai l’orchestra ma riveste fondamentalmente un forte ruolo di sostegno che probabilmente era proprio nelle intenzioni del compositore, se si escludono alcune parti della Sinfonia delle Alpi come per esempio il temporale, e la maestosa e arcinota introduzione di Così parlò Zarathustra, in cui Strauss richiede esplicitamente il volles Werk (Tutti). Quest’ultimo poema sinfonico, liberamente ispirato all’omonima opera di Nietzsche, è forse il più astratto di tutti, più ancora di Vita d’eroe, facendo riferimento unicamente a concetti, pensieri, idee per giunta di stampo filosofico; si potrebbe pensare che non sia di ascolto facile ma in verità riesce a emozionare più degli altri poemi descrittivi perché coinvolge mentalmente l’ascoltatore immergendolo in un mare di immagini e colori per lo più slegati dalla realtà fisica.

Morte e trasfigurazione è invece più descrittivo, anche se è comunque caratterizzato da una sostanziosa dose di trascendenza, del resto il tema ci pone proprio al limite della realtà terrena. Pur trattandosi di un unico grosso movimento di quasi mezz’ora, l’ascolto risulta fluido, l’orecchio si fa curioso, lo sviluppo non è prevedibile tanto che poco dopo la metà del poema pare venir fuori un’apparente risoluzione finale, e proprio quando sembra che i tasselli assumano una forma ordinata, quella soluzione così chiara e semplice non arriva e tutto si disgrega: era solo l’anticamera della trasfigurazione.
Lo stesso compositore citerà questo suo poema in punto di morte; Quirino Principe scrive: «Ai primi di settembre disse ad Alice (sua nuora, N.d.R.): “È come se ascoltassi musica!”. “Vuoi carta da musica?” “L’ho già scritto sessant’anni fa, in Tod und Verklärung. È così, è proprio così…”. Uremia, angina pectoris, maschera d’ossigeno: l’ultima sua maschera. Erano le 14.12 di giovedì 8 settembre 1949, e un nome fu pronto per l’albo dei rimpianti e delle vanità»

Gli altri poemi sinfonici risultano un po’ meno profondi rispetto ai tre già citati. La musica diviene estremamente descrittiva, molto più di qualsiasi musica di scena, tanto che non occorre conoscere i sottotitoli dei movimenti per figurarsi personaggi, panorami, azioni, situazioni. Don Quixote è sicuramente la composizione di maggior rilievo in questo senso, essendo caratterizzata da una grande ricchezza di dettagli; seguono Vita d’eroe e Don Giovanni, “ritratti musicali” di tutto rispetto.

445 600-2
Vier letzte Lieder / Metamorphosen
457 725-2
Concerto per corno

Con le Metamorfosi, monumentale studio per ventitré archi solisti (il numero scritto per esteso rende meglio l’idea), Strauss abbandona quasi totalmente il descrittivismo e torna profondo e introspettivo. La composizione è meditativa, tragica e a tratti oscura. Si tratta di una partitura estremamente curata; la sola idea di poter o dover disporre di 23 voci soliste, anche con semplificazioni quali raggruppamenti o raddoppi², può far venire il mal di testa anche a compositori di una certa esperienza; ciò nonostante la composizione ebbe una gestazione abbastanza breve, solo alcune settimane; è evidente che fu scaturita da un animo fortemente provato dall’esito orrendo, e disastroso per la sua Germania, del secondo conflitto mondiale. C’è poco da dilungarsi in chiacchiere; dopo aver ascoltato Metamorphosen risulta chiaro che ogni parola è superflua. Capolavoro.

La qualità tecnica di queste registrazioni è molto buona; si tratta quasi sempre di registrazioni effettuate in digitale, solo i concerti e il movimento estratto da Salome (ultima traccia del primo disco) risultano registrati in analogico. La dinamica è estesissima, Karajan sfrutta tutti i 96 dB messi a disposizione dal compact disc, i quali in realtà non risultano nemmeno sufficienti e infatti talvolta è presente anche una modesta limitazione del segnale (riscontrabile analizzandone l’ampiezza) che consente di estendere virtualmente la dinamica al prezzo di un po’ di distorsione che comunque rimane a livelli accettabili. Spazialità e atmosfera sono eccellenti e l’ascolto in cuffia risulta gradevolissimo, a patto di fare attenzione all’ampia dinamica che costringe a regolare frequentemente il volume se ci si trova in ambienti rumorosi. Unica pecca, sempre dal punto di vista tecnico, è la presenza del solito disturbo costante a frequenza 15 kHz, “solito” perché caratterizza la maggior parte delle registrazioni della serie Karajan Gold; in questo caso si nota particolarmente in Don Juan, Don Quixote, Ein Heldenleben, Tod und Verklärung, Eine Alpensinfonie e Metamorphosen; chi ha buon udito può percepirlo nei passaggi tenui.

Dettaglio del difetto della superficie del compact disc

Una nota dolente di questa nuova serie Collectors Edition pare essere la minore qualità del supporto fisico: ho comprato diversi di questi cofanetti e un paio di volte mi è capitato di trovare un disco difettoso; in un caso il problema era evidente e derivava da piccoli fori presenti nello strato riflettente, chiaramente visibili controluce. Coincidenze? Il consiglio è comunque di provare subito tutti i dischi al computer utilizzando un programma per estrazione audio accurata (ad es. Exact Audio Copy) e di acquistare da venditori che garantiscano la sostituzione in caso di difetti di questo tipo.

(¹) Tod und Verklärung – Guida all’ascolto a cura di Oreste Bossini (www.flaminioonline.it)
(²) Sergio Sablich: Programma di sala “Richard Strauss – Metamorphosen, studio per 23 archi solisti (versione per sestetto d’archi e contrabbasso)”, 28 Febbraio 1997

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Le messe di Mozart

27 ottobre 2011 Lascia un commento
Spartito autografo del "Dies irae", dal "Requiem K. 626" di Wolfgang Amadeus Mozart
Spartito autografo del “Dies irae” (Requiem K. 626) – www.mozartforum.com

La maggior parte delle diciotto messe scritte da Mozart risulta sconosciuta ai più. Si tratta spesso di composizioni brevi (meno di mezz’ora) poiché l’arcivescovo di Salisburgo, nonché protettore del compositore, gli imponeva vincoli molto stringenti per quanto riguardava la durata dei riti; lo stesso Mozart si lamentava di questi limiti, dato che lo obbligavano ad essere eccessivamente conciso.
Composizioni minori dunque, ma non tutte: due di esse fanno eccezione, e non parliamo di opere semplicemente degne di nota, ci troviamo piuttosto di fronte a due dei più importanti lavori del compositore austriaco:

Entrambe le messe sono composte in forma di cantata, ciò significa che alcuni riti, specialmente i più lunghi, sono suddivisi in più movimenti. Avendo infatti Mozart interrotto il rapporto di lavoro con l’arcivescovo, era finalmente libero dai quegli stringenti vincoli che l’avevano sempre costretto a comporre messe di sei o sette movimenti al massimo (tipicamente Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Benedictus e Agnus dei).

Requiem

Non v’è appassionato di musica classica che non conosca o che almeno non abbia mai sentito parlare del Requiem di Mozart, sicuramente una delle sue composizioni più notevoli nonostante si tratti di un’opera incompiuta. L’edizione più conosciuta e incisa oggigiorno è quella completata da un allievo di Mozart, Franz Xaver Süssmayr, che fu capace di adottare uno stile molto affine a quello del compositore salisburghese grazie anche alle decine di bozze lasciate dal maestro.

Trattandosi di uno dei capolavori di Mozart, di esso sono disponibili innumerevoli incisioni discografiche. Vi sono interpretazioni per tutti i palati: dalle letture filologiche più accurate fino alle visioni romantiche in stile “vecchia scuola”. L’edizione che voglio consigliare in quest’articolo fa sicuramente parte della vecchia scuola: strumenti moderni, diapason a 440 Hz, orchestra filarmonica, coro numeroso; sto parlando dell’incisione dei Wiener Philharmoniker diretti da Karl Böhm nell’aprile del 1971. Nonostante l’adozione di un organico nutrito, l’esecuzione risulta chiara e brillante, merito sia degli orchestrali, che non hanno bisogno di presentazione, che del direttore tedesco, il quale adotta quasi sempre tempi lenti così che ogni frase risulta scandita accuratamente; l’ascoltatore può quindi cogliere innumerevoli dettagli, anche quelli che inevitabilmente sfuggono ascoltando interpretazioni più spedite come ad esempio quelle di Karajan, volendo rimanere nell’ambito della vecchia scuola. Anche le voci del Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor sono particolarmente brillanti. Ciò detto, è bene precisare che non ci troviamo di fronte ad un’interpretazione perfetta; ad un ascolto attento si può notare qualche asincronia tra coro, orchestra e solisti, qualche attacco poco preciso; talvolta poi i solisti non emergono abbastanza dal suono dell’orchestra nonostante i nomi siano di tutto rispetto. È anche possibile che alcune di queste imperfezioni siano state accentuate da carenze di tipo tecnico, come un microfonaggio poco preciso o insufficiente; in questo caso va detto che un disco di Karajan difficilmente presenta difetti di questo tipo, è noto infatti che Karajan partecipava attivamente alle operazioni di bilanciamento e di masterizzazione delle sue registrazioni. Questi piccoli problemi comunque non scalfiscono la qualità artistica della presente registrazione; Karl Böhm raggiunge vette interpretative notevoli: il Kyrie, il Rex Tremendae e il Lacrimosa sono straordinari, chiari, limpidi, ma anche la parte spuria della messa (dall’Offertorium in poi) merita molto; il Lux aeterna, che ricalca esattamente le note del Kyrie, chiude maestosamente l’opera con le voci squillanti del coro unite ai potenti accordi dell’organo suonato da Hans Haselböck. Lo strumento si ode distintamente anche in molte altre parti del Requiem ma non ruba mai la scena all’orchestra o alle voci.

Il disco, pubblicato da Deutsche Grammophon, è disponibile in due edizioni: quella internazionale, che risale ormai a 27 anni fa (413 553-2), e quella rimasterizzata nel 2009, serie The Originals, destinata al mercato giapponese e non ancora rilasciata nel resto del mondo (UCCG-4639, con libretto in lingua giapponese e tracklist in inglese e giapponese); è comunque possibile acquistarla online anche da noi. L’edizione rimasterizzata, con procedimento Original-Image Bit-Processing, è caratterizzata da una dinamica più estesa, in particolare i passaggi forti risultano più intensi rispetto all’edizione del 1984, mentre quelli più deboli non risultano più amplificati rispetto alla vecchia edizione.

La qualità tecnica generale di entrambe le edizioni è elevata; è presente solo qualche difetto di entità molto lieve: piccoli e rari drop out (riduzioni dell’intensità del suono di brevissima durata, tipici delle registrazioni analogiche su nastro), un minimo rumore di bassa frequenza (rumble) e un debole ma costante segnale a circa 14680 Hz, una frequenza che non è semplice associare ad un particolare dispositivo disturbatore; comunque, come già detto, l’intensità è minima e quindi il disturbo risulta di fatto impercettibile. Il rumore di fondo è leggerissimo e la risposta in frequenza risulta ottima per entrambe le edizioni, del resto si parla di una registrazione degli anni settanta: l’alta fedeltà era una realtà consolidata.

Dettagli dell’incisione:
Compositore: Wolfgang Amadeus Mozart
Titolo: Requiem d-Moll, K. 626
Soprano: Edith Mathis
Contralto: Julia Hamari
Tenore: Wiesław Ochman
Basso: Karl Ridderbusch
Coro: Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor
Orchestra: Wiener Philharmoniker
Organista: Hans Haselböck
Direttore: Karl Böhm
Casa discografica: Deutsche Grammophon
Data della registrazione: Aprile 1971 ADD

Grande messa in do minore

Anche questa messa, come il Requiem, non è mai stata terminata da Mozart, in particolare l’Agnus dei risulta totalmente assente; tuttavia, anche se parziale, ci troviamo ugualmente di fronte ad un capolavoro. Il solo Kyrie potrebbe valere tutta la messa: un lungo movimento dal carattere meditativo, in cui il doppio coro, quasi mai forte, si alterna con la voce limpida del soprano che dà proprio l’idea della supplica tesa alla purificazione interiore. Per questo e per la maggior parte dei movimenti della messa, Karajan, che dirige i Berliner Philarmoniker e il Wiener Singverein, predilige il legato e adotta un tempo abbastanza rilassato, una scelta niente affatto scontata dato che Karajan non è certo noto per essere un direttore dai tempi lenti. La stessa messa diretta da Bernstein, ad esempio (DG 431 791-2), è quasi sempre più spedita (la prima parte del Credo fa eccezione) e in essa si può apprezzare bene anche il suono dell’organo, che invece rimane piuttosto offuscato nell’edizione di Karajan, sicuramente per via delle combinazioni di registri scelte. Altro brano che merita una menzione speciale è il lungo Qui tollis peccata mundi, a mio avviso il cuore del Gloria di questa messa; qui la tonalità di do minore trova il suo soggetto migliore, contribuendo a rappresentare perfettamente l’implorazione della pietà.

Questa registrazione è disponibile in due diverse edizioni che differiscono tra loro solo per grafica, contenuti del libretto e per la presenza di una traccia in più nell’edizione 2005: l’Adagio e Fuga in do minore K. 546. Entrambi i dischi sono rimasterizzati con il procedimento Original-Image Bit-Processing; questo particolare è messo bene in evidenza sulla copertina dell’edizione Karajan Gold del 1993 (DG 439 012-2), ma non è indicato esplicitamente nell’edizione The Mozart Collection del 2005 (DG 477 5754); tuttavia ad un’analisi accurata le due masterizzazioni risultano perfettamente identiche. Alla fine dei conti, l’edizione del 2005 contiene più musica rispetto a quella del ’93 e costa anche meno.

Tecnicamente la registrazione è di buona qualità; la dinamica è ottima e il rumore di fondo praticamente inesistente. È presente il solito disturbo a circa 15,6 kHz che purtroppo caratterizza un po’ tutta la serie Karajan Gold; in questo caso comunque la sua intensità non è particolarmente elevata e quindi di fatto non crea problemi; gli unici che potrebbero forse notarlo, sotto forma di un sibilo acuto simile a quello prodotto dai vecchi televisori a tubo catodico, sono i più giovani durante l’ascolto dei pianissimo.

Dettagli dell’incisione:
Compositore: Wolfgang Amadeus Mozart
Titolo: Große Messe c-Moll, K. 427 (417a)
Soprano I: Barbara Hendricks
Soprano II: Janet Perry
Tenore: Peter Schreier
Basso: Benjamin Luxon
Coro: Wiener Singverein
Orchestra: Berliner Philharmoniker
Organista: David Bell
Direttore: Herbert von Karajan
Casa discografica: Deutsche Grammophon
Data della registrazione: Febbraio 1981 DDD

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Karl Richter dirige Bach

Richter dirige Bach

Informazioni tratte dal blog Karl Richter in München.

È uscito da pochi giorni un nuovo cofanetto Deutsche Grammophon dedicato a Karl Richter e a Bach. 10 CD in cui il maestro dirige le Passioni, la Messa in si minore e 11 cantate di Pasqua. Le incisioni sono state rimasterizzate appositamente per questa edizione limitata della serie Eloquence, la serie economica di Universal Classics.

Ecco i contenuti in dettaglio:

Codice a barre (EAN): 0028948035328.

AMSI La rimasterizzazione AMSI (Ambient Sourround Imaging) adottata per questa edizione tende a generare un’immagine stereofonica più ampia rispetto a quella tipica dei dischi stereofonici Deutsche Grammophon/Universal; a seconda dell’ambiente di ascolto e del gusto personale l’effetto può risultare piacevole o meno. È questo un particolare di cui pochi si interessano nelle recensioni, quindi tenevo a sottolinearlo, e vale per la maggior parte dei dischi della serie Eloquence.

Non è possibile acquistare questo cofanetto direttamente dal sito ufficiale della Deutsche Grammophon in quanto il DG Web Shop non tratta la serie Eloquence, tuttavia si può trovare su Amazon e altri negozi online. Il prezzo, data la serie economica, è molto conveniente.

Link utili: